PAPA FRANCESCO

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 Abbiamo avuto il dono e la grazia di vivere in un momento storico importante … L’idea è di mettere in questa pagina le parole (e notizie) più significative che papa Francesco ha detto iniziando dalla sua prima apparizione alla Loggia … e quelle che dirà in futuro … che sicuramente ci faranno del bene …

(Papa dal 13.3.2013)

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Paul De Maeyer

Santa Marta: “Senza le radici non si può vivere”

Omelia del Papa nella Messa mattutina di giovedì 5 ottobre 2017

“Senza le radici non si può vivere”, ha detto papa Francesco giovedì 5 ottobre 2017 nella Messa mattutina a Santa Marta. Anzi, “un popolo senza radici o che lascia perdere le radici, è un popolo ammalato”, così ha aggiunto il Pontefice, le cui parole sono state riportate dal programma italiano di Radio Vaticana.

Questo vale anche per ciascuno di noi. “Una persona senza radici, che ha dimenticato le proprie radici, è ammalata”, ha proseguito infatti il Papa, il quale ha esortato quindi tutti a “ritrovare, riscoprire le proprie radici e prendere la forza per andare avanti, la forza per dare frutto e, come dice il poeta, ‘la forza per fiorire perché – dice – quello che l’albero ha di fiorito viene da quello che ha di sotterrato’”.

Su questa strada non mancano però le resistenze o ostacoli. “Le resistenze sono di quelli che preferiscono l’esilio, e quando non c’è l’esilio fisico, l’esilio psicologico”, anzi “l’auto-esilio dalla comunità, dalla società, quelli che preferiscono essere popolo sradicato, senza radici”. Si tratta — ha spiegato il Santo Padre — di una “malattia”, quella “dell’auto-esilio psicologico”, che “fa tanto male”, poiché “ci toglie le radici”, “ci toglie l’appartenenza”.

Per la sua meditazione, il Pontefice si è basato sulla Prima lettura di oggi, presa dal Libro di Neemia (Ne 8,1-4.5-6.7-12), che racconta come il popolo tornato dall’esilio babilonese si raduna davanti alla porta delle Acque a Gerusalemme per “ripristinare le radici”, cioè ascoltare la Parola di Dio, perché durante l’esilio le radici “si erano indebolite”.

E — così osserva il Papa — il popolo piangeva, ma a differenza del tempo dell’esilio questa volta era un pianto di gioia, quello “dell’incontro con le proprie radici, l’incontro con la propria appartenenza”.

Dopo la lettura, il popolo — così racconta il Libro di Neemia — fa festa. Si tratta di un dettaglio molto significativo, poiché l’uomo e la donna che riscoprono le proprie radici, che sono fedeli alla propria appartenenza, “sono un uomo e una donna in gioia, di gioia e questa gioia è la loro forza”, così ha osservato il Pontefice.

Per questo motivo, Jorge Bergoglio ha esortato i presenti a leggere l’ottavo capitolo del Libro di Neemia e a chiedersi se non si lasci “cadere il ricordo del Signore”, per avviare infine quel cammino che porta alla riscoperta delle proprie radici.

Ricordando poi che chi ha “paura di piangere”,  avrà anche “paura di ridere”, il Papa ha proposto di chiedere al Signore la grazia del “pianto pentito”, “triste per i nostri peccati” — altro elemento chiave della spiritualità ignaziana: il dono di “piangere molto” sui propri peccati — , ma anche del pianto della gioia perché il Signore “ci ha perdonato e ha fatto nella nostra vita quello che ha fatto con il suo popolo”.

Nel corso della sua omelia, papa Francesco ha fatto un riferimento alla “nostalgia dei migranti”, coloro che “sono lontani dalla Patria e vogliono tornare”, e ha ricordato in particolare il gesto del coro che alla fine della Messa conclusiva della sua visita pastorale a Genova ha eseguito in genovese la canzone “Ma se ghe penso” (“Ma se ci penso”, in italiano).

Scritta nel 1925, essa racconta infatti la storia di un genovese costretto a emigrare in America Latina in cerca di una vita migliore, un elemento che tocca la propria storia personale del Pontefice, nato in Argentina da genitori piemontesi imbarcatisi al porto di Genova con destinazione il Nuovo Mondo.

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“Una parrocchia dove non si chiacchiera, è una parrocchia perfetta!”

Posted by Luca Marcolivio on 15 January, 201

I primi discepoli di Gesù Cristo erano “peccatori” come tutti noi ma ebbero un grande punto di forza: non parlavano mai male gli uni degli altri e in questo hanno dato un grande esempio, riuscendo a diffondere il Vangelo in tutto il mondo. Nella sua prima visita parrocchiale del post-Giubileo, a Setteville di Guidonia, papa Francesco ha chiesto una grazia speciale per la comunità incontrata: mai “chiacchierare”, né sparlare gli uni degli altri.

Il Santo Padre ha tratto spunto dal Vangelo odierno (Gv 1,29-34), per soffermarsi sul concetto di “testimonianza”: molti dei discepoli di Giovanni il Battista, hanno ascoltato la testimonianza del profeta, hanno scelto di seguire Gesù e sono “rimasti contenti”, dicendo: “Abbiamo trovato il Messia!”. Quei primi discepoli del Nazareno, hanno “sentito la presenza di Gesù grazie a un uomo, Giovanni, che ha dato testimonianza di Cristo.

Offrendo uno sguardo sulla realtà di oggi, il Pontefice ha osservato: “Tanti cristiani confessano che Gesù è Dio” e tra questi vi sono “preti” e “vescovi”. Sorge però una domanda: “Danno tutti testimonianza di Gesù?”.

Essere cristiani, ha proseguito il Papa, è qualcosa di ben diverso dall’essere i “tifosi di una squadra” o dall’aderire ad una “filosofia”; va anche molto al di là del semplice rispetto dei “comandamenti”, del “devo fare questo…”.

Quei primi discepoli, gli Apostoli, non hanno “seguito un corso”, né sono “andati all’università” per dare testimonianza di Gesù Cristo. Peraltro essi erano tutti “peccatori”, non “solo Giuda”, del quale, del resto, “non sappiamo cosa è accaduto dopo la morte”, in quanto forse la “misericordia” di Dio potrebbe averlo salvato.

I dodici Apostoli, ha aggiunto Francesco, erano pieni di difetti, erano “invidiosi”, provavano “gelosia tra loro”, discutevano su chi dovesse “occupare il primo posto”. Erano persino “traditori” e lo dimostra il fatto che “quando Gesù viene preso, tutti scapparono…. Avevano paura, si nascosero”. Lo stesso Pietro, “che era il capo”, prova a seguire più da vicino il Maestro nella sua prova finale ma “quando una domestica lo riconosce, lui rinnega Gesù”. Così Bergoglio ha ribadito: “Il primo Papa tradisce Gesù”.

Tutti quei primi discepoli, però, si sono “lasciati salvare” e sono diventati “testimoni della salvezza”, donata loro da Gesù. Commisero “tanti peccati”, compreso il tradimento del Signore ma in un aspetto furono grandi: “Non erano chiacchieroni, non parlavano male l’uno dell’altro”, a differenza di tante comunità di oggi, dove si finisce per “togliersi la pelle l’uno all’altro”.

Il Papa ha quindi rilanciato un cavallo di battaglia della sua predicazione: “Una comunità dove ci sono i chiacchieroni non dà testimonianza. Se hai qualcosa da dire, dillo in faccia” o, al limite, “dillo al parroco”. Da qui la raccomandazione del Vescovo di Roma alla parrocchia di Santa Maria: “Vorrei che questa comunità facesse il proposito di non chiacchierare”. Di fronte ai una tentazione simile, “mordetevi la lingua!”, ha aggiunto.

Dal momento in cui “gli apostoli non hanno mai chiacchierato” gli uni degli altri, “una parrocchia senza chiacchiere è una parrocchia perfetta”, fatta “di testimoni”, di cui si può dire, in modo credibile: “Come si amano!”, ha detto Francesco chiedendo infine al Signore, per i parrocchiani di Setteville di Guidonia, la grazia di “non sparlare mai gli uni degli altri”.

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“Sconcertanti le ideologie che mirano a cancellare differenze uomo-donna”

Posted by Salvatore Cernuzio on 27 October, 2016

Papa – Famiglia
La famiglia è “attaccata da tutte le parti”, aveva detto il Papa in alcune occasioni. E oggi, nell’udienza al Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, in occasione dell’apertura dell’Anno Accademico nel 35° dalla sua fondazione, lo ha ripetuto: “Nella congiuntura attuale, i legami coniugali e famigliari sono in molti modi messi alla prova”.

Quello che denuncia il Santo Padre è una condensa di male che va a scapito di quella fondamentale alleanza coniugale tra uomo e donna dal quale si generano “la profondità e la delicatezza dei legami”. “Quando le cose vanno bene fra uomo e donna, anche il mondo e la storia vanno bene; in caso contrario, il mondo diventa inospitale e la storia si ferma”, afferma Bergoglio.

Stigmatizza perciò “l’affermarsi di una cultura che esalta l’individualismo narcisista, una concezione della libertà sganciata dalla responsabilità per l’altro, la crescita dell’indifferenza verso il bene comune”, come pure “la crescita della povertà che minaccia il futuro di tante famiglie” e  “l’imporsi di ideologie che aggrediscono direttamente il progetto famigliare”.

In particolare il Pontefice, osservando come sia “impossibile negare l’apporto della cultura moderna alla riscoperta della dignità della differenza sessuale”, giudica “sconcertante” la “tendenza a cancellare la differenza invece che a risolvere i problemi che la mortificano”.

Tutte queste sono “ragioni di crisi per la famiglia contemporanea”, evidenzia, “il riconoscimento della dignità dell’uomo e della donna comporta una giusta valorizzazione del loro rapporto reciproco”. “Come possiamo conoscere a fondo l’umanità concreta di cui siamo fatti senza apprenderla attraverso questa differenza?”, domanda infatti Francesco.

Esorta quindi i membri di questo istituto nato dall’intuizione di Papa Wojtyla a mostrare la “vicinanza della Chiesa”, specie nelle “situazioni di debolezza umana, perché la grazia possa riscattarle, rianimarle e guarirle”. “La grazia esiste, come anche il peccato”, afferma, pertanto non dobbiamo “rassegnarci al fallimento umano, ma sosteniamo il riscatto del disegno creatore ad ogni costo”.

Questo riscatto va però “preso sul serio, sia nel senso dottrinale che nel senso pratico, pastorale e testimoniale”. Secondo Francesco, bisogna infatti riconoscere “che a volte abbiamo presentato un ideale teologico del matrimonio troppo astratto, quasi artificiosamente costruito, lontano dalla situazione concreta e dalle effettive possibilità delle famiglie così come sono”.

Una “idealizzazione eccessiva” che “non ha fatto sì che il matrimonio sia più desiderabile e attraente, ma tutto il contrario”. Allora “il tema pastorale odierno – sottolinea il Papa – non è soltanto quello della ‘lontananza’ di molti dall’ideale e dalla pratica della verità cristiana del matrimonio e della famiglia”, bensì quello della “vicinanza” della Chiesa. Vicinanza alle nuove generazioni di sposi e alle situazioni di debolezza umana, tenendo ben presente che “le dinamiche del rapporto fra Dio, l’uomo e la donna, e i loro figli, sono la chiave d’oro per capire il mondo e la storia, con tutto quello che contengono”.

È necessario, perciò, “applicarsi con maggiore entusiasmo al riscatto – direi quasi alla riabilitazione – di questa straordinaria ‘invenzione’ della creazione divina” incoraggia Bergoglio, che ricorda anche il duplice appuntamento sinodale “cum Petro e sub Petro” e l’esortazione Amoris laetitia per ribadire che le famiglie di oggi “sono chiamate ad essere più consapevoli del dono di grazia che esse stesse portano, e a diventare orgogliose di poterlo mettere a disposizione di tutti i poveri e gli abbandonati che disperano di poterlo trovare o ritrovare”.

Anche, Francesco pone in luce le questioni aperte dallo sviluppo delle nuove tecnologie che “rendono possibili pratiche talvolta in conflitto con la vera dignità della vita umana”. Raccomanda in tal senso di “frequentare coraggiosamente queste nuove e delicate implicazioni con tutto il rigore necessario, senza cadere nella tentazione di verniciarle, di profumarle, di aggiustarle un po’ e di addomesticarle”.

“L’incertezza e il disorientamento che toccano gli affetti fondamentali della persona e della vita destabilizzano tutti i legami, quelli famigliari e quelli sociali, facendo prevalere sempre più l’‘io’ sul ‘noi’, l’individuo sulla società”, rimarca il Papa. È un esito “che contraddice il disegno di Dio”, il quale “ha affidato il mondo e la storia” all’alleanza uomo-donna che, per sua stessa natura, “implica cooperazione e rispetto, dedizione generosa e responsabilità condivisa, capacità di riconoscere la differenza come una ricchezza e una promessa, non come un motivo di soggezione e di prevaricazione”.

“La famiglia – insiste il Papa – è il grembo insostituibile della iniziazione all’alleanza creaturale dell’uomo e della donna”. Un vincolo che si riflette nei diversi legami comunitari e nelle forme sociali: la religione e l’etica, il lavoro, l’economia e la politica, la cura della vita e il rapporto tra le generazioni.

Ma c’è un problema: “Riusciamo a pensare così ’in grande’ questa rivelazione? Siamo convinti della potenza di vita che questo progetto di Dio porta nell’amore del mondo? Sappiamo strappare le nuove generazioni alla rassegnazione e riconquistarle all’audacia di questo progetto?”.

“Questo compito – conclude il Pontefice – chiede di essere radicato nella letizia della fede e nell’umiltà di un gioioso servizio alla Chiesa”. Non “una Chiesa pensata a propria immagine e somiglianza”, ma la Chiesa “viva in cui viviamo”, la Chiesa “bella alla quale apparteniamo”, la Chiesa “in cui ci sentiamo amati oltre i nostri meriti”.

 

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“Perdonati per perdonare, superando ogni rancore o atteggiamento autoconsolatore”

SS. Papa Francesco – Confessioni in Piazza San Pietro23-04-2016

“Si è riconciliati per riconciliare. La misericordia del Padre non può essere rinchiusa in atteggiamenti intimistici ed autoconsolatori, perché essa si dimostra potente nel rinnovare le persone e renderle capaci di offrire agli altri l’esperienza viva dello stesso dono”. Ed è proprio a partire da questa  consapevolezza che “si è perdonati per perdonare”, occorre allora “essere testimoni di misericordia in ogni ambiente, suscitando desiderio e capacità di perdono”. Questo “è un compito a cui tutti siamo chiamati”, specialmente “di fronte al rancore nel quale sono rinchiuse troppe persone, le quali hanno bisogno di ritrovare la gioia della serenità interiore e il gusto della pace”.

È questo, in sintesi, il cuore del messaggio inviato da Papa Francesco al presidente del Centro di Azione Liturgica (CAL), mons. Claudio Maniago, vescovo di Castellaneta, in occasione della 67.ma Settimana liturgica nazionale italiana aperta oggi a Gubbio sul tema “La liturgia luogo della misericordia. Riconciliati per riconciliare”.

Nel testo, firmato dal cardinale Segretario di Stato Pietro Parolin, il Papa esorta a vivere il rito della Penitenza sacramentale “come espressione di una ‘Chiesa in uscita’, come ‘porta’ non solo per ri-entrare dopo l’essersi allontanati, ma altresì ‘soglia’ aperta verso le varie periferie di un’umanità sempre più bisognosa di compassione”.

È nel sacramento della Penitenza o Riconciliazione che infatti “risplende in modo tutto particolare” il dono della Misericordia; in esso “si compie l’incontro con la misericordia ricreatrice di Dio da cui escono donne e uomini nuovi per annunciare la vita buona del Vangelo attraverso un’esistenza riconciliata e riconciliatrice”.

A tal proposito Francesco cita le parole di San Leone Magno, che in un’omelia per l’Ascensione afferma: «Quello che era visibile [e tangibile] del nostro redentore è passato nei sacramenti». “Un tale accostamento – osserva il Santo Padre – aiuta a percepire tutta la liturgia quale luogo della misericordia incontrata e accolta per essere donata, luogo dove il grande mistero della riconciliazione è reso presente, annunciato, celebrato e comunicato. Le specifiche celebrazioni di Sacramenti o sacramentali declinano l’unico grande dono della divina misericordia secondo le diverse circostanze della vita”.

Auspicio del Papa è dunque che “dalle riflessioni e dalle celebrazioni della Settimana Liturgica maturi sempre più la comprensione della liturgia come fons et culmen di una vita ecclesiale e personale piena di misericordia e di compassione, perché costantemente formata alla scuola del Vangelo”.  Affida perciò “alla materna intercessione di Maria, Mater Misericordiae, i lavori e le attese dell’importante evento liturgico nazionale”, chiedendo preghiere per sé stesso e per il suo servizio alla Chiesa.

La Settimana liturgica nazionale si concluderà il prossimo 25 agosto, al termine di un fitto programma che prevede, tra le altre cose, l’intervento di numerosi relatori come il segretario della CEI, mons. Nunzio Galantino, il cardinale Gualtiero Bassetti, arcivescovo metropolita di Perugia- Città della Pieve, e il priore della Comunità monastica di Bose, Enzo Bianchi.

[S.C.]

 

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Città del Vaticano, 02 Settembre 2015

Il “sorriso delle famiglie”, antidoto alla “desertificazione” delle città moderne
Durante l’Udienza Generale, papa Francesco auspica che il “timone della storia” torni in mano alla “alleanza dell’uomo e della donna con Dio”       Di Luca Marcolivio       Città del Vaticano, 02 Settembre 2015 (ZENIT.org)

L’alleanza della famiglia con Dio è in grado di far sbocciare fiori nel deserto della civiltà moderna. Lo ha affermato papa Francesco durante l’Udienza Generale di oggi, proseguendo il ciclo di catechesi sui temi  familiari.

Il Santo Padre ha aperto la meditazione, sottolineando che effettivamente vi sono alcune “espressioni evangeliche” che sembrano “contrapporre i legami della famiglia e il seguire Gesù”, il quale arriva a dire che chi ama il padre o la madre più di Lui, non è degno di Lui (cfr. Mt 10,37-38).

Ciò, tuttavia, non significa che Gesù voglia “cancellare il quarto comandamento”. Né il Signore, “dopo aver compiuto il suo primo miracolo per gli sposi di Cana, dopo aver consacrato il legame coniugale tra l’uomo e la donna, dopo aver restituito figli e figlie alla vita famigliare”, ci sta chiedendo di essere “insensibili” a quei legami.

In realtà Gesù, affermando il “primato della fede”, non trova un “paragone più significativo degli affetti famigliari”, che se associati all’amore di Dio, “vengono ‘riempiti’ di un senso più grande e diventano capaci di andare oltre sé stessi, per creare una paternità e una maternità più ampie, e per accogliere come fratelli e sorelle anche coloro che sono ai margini di ogni legame”.

La “sapienza degli affetti”, ha spiegato il Papa, si impara essenzialmente in famiglia, “altrimenti è ben difficile impararla”: è con questo linguaggio che “Dio si fa comprendere da tutti”.

Porre i legami familiari nell’“obbedienza della fede” e nella “alleanza con il Signore” non li mortifica ma, al contrario, “li protegge, li svincola dall’egoismo, li custodisce dal degrado, li porta in salvo per la vita che non muore”.

Uno “stile familiare” in tutte le relazioni umane è una “benedizione per i popoli” e “riporta speranza sulla terra”; in particolare se convertiti alla “testimonianza del Vangelo”, gli affetti familiari “diventano capaci di cose impensabili, che fanno toccare con mano le opere che Dio compie nella storia”, ha commentato Francesco.

“Un solo sorriso – ha detto – miracolosamente strappato alla disperazione di un bambino abbandonato, che ricomincia a vivere, ci spiega l’agire di Dio nel mondo più di mille trattati teologici. Un solo uomo e una sola donna, capaci di rischiare e di sacrificarsi per un figlio d’altri, e non solo per il proprio, ci spiegano cose dell’amore che molti scienziati non comprendono più”.

Rispondendo alla chiamata di Gesù, la famiglia “riconsegna la regìa del mondo all’alleanza dell’uomo e della donna con Dio”. Se il “timone della storia” venisse consegnato a questa alleanza, perché l’uomo e la donna “lo governino con lo sguardo rivolto alla generazione che viene”, i vari temi “della terra e della casa, dell’economia e del lavoro, suonerebbero una musica molto diversa!”, ha affermato il Pontefice.

Il Papa ha quindi auspicato che, “a partire dalla Chiesa”, si torni a dare “protagonismo” alla “famiglia che ascolta la parola di Dio e la mette in pratica”: in questo modo “diventeremo come il vino buono delle nozze di Cana, fermenteremo come il lievito di Dio”.

L’alleanza della famiglia con Dio, ha aggiunto Francesco, è un deterrente alla “desertificazione comunitaria della città moderna”, segnata dalla “mancanza d’amore” e di “sorriso”, con “tanti divertimenti”, “tante cose per far perdere tempo, per far ridere”, quando “l’amore manca”.

È il “sorriso di una famiglia” che può vincere la desertificazione delle nostre città e “questa è la vittoria dell’amore della famiglia”, ha detto il Pontefice.

“Nessuna ingegneria economica e politica – ha aggiunto – è in grado di sostituire questo apporto delle famiglie. Il progetto di Babele edifica grattacieli senza vita. Lo Spirito di Dio, invece, fa fiorire i deserti (cfr Is 32,15)”.

L’invito del Santo Padre è ad “uscire dalle torri e dalle camere blindate delle élites, per frequentare di nuovo le case e gli spazi aperti delle moltitudini”, tenendoci “aperti all’amore della famiglia”. Con la preghiera finale che lo Spirito Santo porti il “lieto scompiglio delle famiglie cristiane”, facendo uscire la “città dell’uomo dalla sua “depressione”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 13 Marzo 2015

“Più grande il peccato, maggiore l’amore della Chiesa per coloro che si convertono”
Il Papa presiede la Liturgia Penitenziale per la Riconciliazione, invita a superare il “giudizio” con “l’amore” e indice un Anno Santo della Misericordia
Di Federico Cenci

CITTA’ DEL VATICANO, 13 Marzo 2015 (Zenit.org) – L’animo dei fedeli presenti oggi, 13 marzo 2015, presso la basilica di San Pietro è stato pervaso dal dolce suono della parola “misericordia”. Papa Francesco ha presieduto la Liturgia Penitenziale per la Riconciliazione dei penitenti trattenendosi per qualche tempo anche in confessionale. Al termine dell’omelia, ha inoltre indetto un Anno Santo che partirà dalla prossima solennità dell’Immacolata Concezione, 8 dicembre 2015, e si concluderà il 20 novembre 2016, domenica di Nostro Signore Gesù Cristo Re. “Sarà un Anno Santo della Misericordia – ha annunciato il Pontefice -. Lo vogliamo vivere alla luce della parola del Signore: ‘Siate misericordiosi come il Padre’ (cfr Lc 6,36)”.

Un Padre che – ha detto Francesco all’inizio della sua omelia – è “ricco di misericordia” e “la estende con abbondanza su quanti ricorrono a Lui con cuore sincero”. Pertanto “il Sacramento della Riconciliazione permette di accostarci con fiducia al Padre per avere la certezza del suo perdono”.

E l’impulso che fa muovere i nostri passi verso il confessionale – ha quindi proseguito il Papa ricordando le parole dell’apostolo Paolo – “è anzitutto frutto della grazia” di Dio. È un suo “dono”, è “opera sua” (cfr Ef 2,8-10). Affidandosi a una perifrasi poetica, il Santo Padre ha aggiunto che “essere toccati con tenerezza dalla sua mano e plasmati dalla sua grazia ci consente, pertanto, di avvicinarci al sacerdote senza timore per le nostre colpe, ma con la certezza di essere da lui accolti nel nome di Dio, e compresi nonostante le nostre miserie”. Uscendo dal confessionale, “sentiremo la sua forza che ridona la vita e restituisce l’entusiasmo della fede”. Saremo “rinati”, scandisce a braccio il Papa.

Un entusiasmo che possiamo percepire leggendo il brano dell’evangelista Luca proposto dalle Letture della Messa. È l’entusiasmo della peccatrice che dapprima si “rannicchiò piangendo” ai piedi di Gesù e li bagnò con le sue lacrime, li asciugò con i suoi capelli e infine li baciò e li cosparse di olio profumato. “I baci – commenta il Papa – sono espressione del suo affetto puro; e l’unguento profumato versato in abbondanza attesta quanto Egli sia prezioso ai suoi occhi. Ogni gesto di questa donna parla di amore ed esprime il suo desiderio di avere una certezza incrollabile nella sua vita: quella di essere stata perdonata”.

Una certezza che il Pontefice definisce “bellissima”. Certezza che Gesù le mostra “accogliendola”, dimostrando che “in Lui c’è misericordia e non condanna”. Mutuando Isaia (cfr 43,25), papa Francesco afferma che “grazie a Gesù, i suoi molti peccati Dio se li butta alle spalle, non li ricorda più”. Perché – soggiunge Francesco – “quando Dio perdona, dimentica”.

Questa donna “ha aperto il suo cuore”, “ha mostrato il pentimento per il suo peccati” e “ha fatto appello alla bontà divina per ricevere il perdono”. E quindi “per lei non ci sarà nessun giudizio se non quello che viene da Dio, e questo è il giudizio della misericordia” ha commentato il Pontefice. Che ha aggiunto allora: “Il protagonista di questo incontro è certamente l’amore, che va oltre la giustizia”.

Al contrario, Simone il fariseo “non riesce a trovare la strada dell’amore”, osserva il Papa. Poiché questi, vista la scena della peccatrice genuflessa dinanzi a Gesù, “pensò tra sé. ‘Se costui fosse un profeta, saprebbe chi e che specie di donna è colei che lo tocca: è una peccatrice’” (cfr Lc 7, 39). Simone il fariseo, il commento del Pontefice, “rimane fermo alla soglia della formalità”. Egli “non è capace di compiere il passo successivo per andare incontro a Gesù che gli porta la salvezza”.

Anche se Simone ha invitato Gesù a pranzo, “non lo ha veramente accolto”. Poiché “il suo giudizio sulla donna lo allontana dalla verità e non gli permette neppure di comprendere chi è il suo ospite”. Francesco spiega che “dinanzi alla parabola di Gesù e alla domanda su quale servo abbia amato di più, il fariseo risponde correttamente: ‘Colui al quale ha condonato di più’”. Ragion per cui “Gesù non manca di farlo osservare: ‘Hai giudicato bene’ (Lc 7,43)”. Perciò “solo quando il giudizio di Simone è rivolto all’amore, allora egli è nel giusto”.

Il perdono è il perno del messaggio evangelico. Il richiamo di Gesù – sottolinea il Papa – “spinge ognuno di noi a non fermarsi mai alla superficie delle cose, soprattutto quando siamo dinanzi a una persona”. Il Pontefice invita a “guardare oltre, a puntare sul cuore” delle persone per “vedere di quanta generosità ognuno è capace”.

La Chiesa – ha quindi ribadito – deve essere “la casa che tutti accoglie e nessuno rifiuta”. E allora “più è grande il peccato e maggiore dev’essere l’amore che la Chiesa esprime verso coloro che si convertono”.

E “per rendere più evidente” la missione della Chiesa di “essere testimone della misericordia”, il Papa ha deciso di indire questo Giubileo straordinario, che ha affidato alla Madre della Misericordia. “Sono convinto – ha concluso il Papa – che tutta la Chiesa, che ha tanto bisogno di ricevere misericordia perché siamo tutti peccatori, potrà trovare in questo Giubileo la gioia per riscoprire e rendere feconda la misericordia di Dio, con la quale tutti siamo chiamati a dare consolazione ad ogni uomo e ogni donna del nostro tempo”.

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Le radici salesiane di Bergoglio
Esce oggi il saggio edito dalla LEV “Papa Francesco e don Bosco”, a cura di Alejandro León

Di Redazione

CITTA’ DEL VATICANO, 03 Marzo 2015 (Zenit.org) – “Sono entrato nel Seminario nel 1956. Nell’agosto del 1957 mi viene la polmonite. Sto per morire. Poi mi operano al polmone. P. Pozzoli mi visita durante la malattia. Durante il secondo anno di Seminario avevo maturato la vocazione religiosa. E così una volta guarito, in novembre, non torno più in seminario e voglio entrare nella Compagnia. Ne parlo con P. Pozzoli e dà il via libera”.

È un passaggio di una lettera di padre Jorge Mario Bergoglio datata 1990, contenuta nel volume del sacerdote salesiano argentino Alejandro León intitolato Papa Francesco e don Bosco, che esce oggi per i tipi della Libreria Editrice Vaticana. In questa lettera – il volume ne riproduce ben quattro – padre Bergoglio ripercorre le vicende della propria famiglia e della propria vita, come l’emigrazione in Argentina dall’Italia o la nascita della sua vocazione. Vicende sulle quali esercitò un’influenza molto forte don Pozzoli, sacerdote salesiano che della famiglia Bergoglio fu consigliere e direttore spirituale.

L’obiettivo del volume Papa Francesco e don Bosco, che indaga il grande influsso salesiano nell’educazione e nella vita familiare di Jorge Bergoglio, è quello di “avvicinarsi all’incontro tra don Bosco e Papa Francesco con un approccio semplice ma completo (…) partendo dalle radici salesiane della sua famiglia, dalla sua immersione nelle vicende storiche in cui gli toccò vivere e rileggendo via via la sua esperienza salesiana, in modo da permetterci di illuminare la dimensione ecclesiale del carisma salesiano come dono e sfida” spiega l’autore nell’introduzione.

L’incontro con la spiritualità di don Bosco avviene per Bergoglio fin da bambino. Nella seconda lettera riprodotta nel volume, sempre del 1990, padre Bergoglio spiega infatti che da piccolo partecipava alla processione di Maria Ausiliatrice, frequentava l’oratorio di San Francesco di Sales, conosceva i padri confessori salesiani di San Carlos. Nel 1949 è alunno, per un anno, del Collegio salesiano nella casa di Ramos Mejía. Bergoglio ricorda quel periodo, fornendo un vero compendio di pedagogia salesiana: “Il Collegio creava, attraverso il risvegliarsi della coscienza nella verità delle cose, una cultura cattolica che non era per nulla ‘bigotta’ o ‘disorientata’. Lo studio, i valori sociali di convivenza, i riferimenti sociali ai più bisognosi, lo sport, la competenza, la pietà… tutto era reale e tutto formava abitudini che, nel loro insieme, plasmavano un modo di essere culturale”.

La terza lettera riprodotta nel volume è del 1986 si riferisce all’esperienza del salesiano coadiutore Artemide Zatti, amico personale di Bergoglio e oggi beato, mentre la quarta e ultima lettera, datata 1992, ripropone l’omelia pronunciata da monsignor Bergoglio nella cattedrale di Buenos Aires in occasione del 500mo anniversario della scoperta dell’America. Nel volume è riproposto anche il testo di una conferenza tenuta da padre Bergoglio presso l’Universidad del Salvador nel 1976, per la celebrazione del centenario dell’arrivo dei salesiani in Argentina.

Segue un capitolo di ricordi firmati da salesiani che hanno conosciuto Jorge Bergoglio dal 1949 al 2013, anno della sua elezione a Pontefice. Una sezione è dedicata quindi al vincolo che intercorre tra la Famiglia salesiana e Papa Francesco, attraverso alcuni interventi del rettor maggiore dei salesiani Pascual Chávez Villanueva, del suo successore don Ángel Fernandez Artime, e della superiora generale delle Figlie di Maria Ausiliatrice madre Yvonne Reungoat.

Completano il volume alcuni allegati e una serie di inserti fotografici, con foto di Bergoglio dall’infanzia ad oggi e immagini d’epoca, alcune vecchie oltre un secolo, della presenza salesiana in Argentina.

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“Evitiamo di fingere di essere santi!”
Durante l’omelia alla Casa Santa Marta, papa Francesco esorta alla conversione, intesa non solo come abbandono del peccato ma come incentivo a fare il bene

Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 03 Marzo 2015 (Zenit.org) – Dio è indulgente con il peccato ma esigente con la santità e non gradisce chi la simula. Di fronte a chi fa la “finta della santità” e i peccatori pentiti, non c’è alcun dubbio che il Signore preferisce questi ultimi. Lo ha detto papa Francesco durante l’omelia di stamattina presso la Casa Santa Marta, attingendo alla prima lettura odierna (Is 1,10.16-20).

L’invito di Dio, ha ricordato il Pontefice, è: “Cessate di fare il male, imparate a fare il bene”. Un bene che si sostanzia anche in opere di misericordia quali l’assistenza agli orfani e alle vedove, agli “anziani abbandonati”, ai “bambini che non vanno a scuola”, a coloro che “non sanno fare il segno della croce”.

La conversione cristiana equivale alla rimozione della “sporcizia del cuore”, la quale però, “non si toglie come si toglie una macchia”: si tratta tanto di sottrarre, quanto di aggiungere, di “fare” qualcosa, di incamminarsi lungo “una strada diversa, un’altra strada da quella del male”, ha osservato il Papa.

Il bene si trova, cercando la “giustizia”, ha detto il Santo Padre, ricordando “che in Israele i più poveri e i più bisognosi erano gli orfani e le vedove: fate giustizia a loro, andate dove sono le piaghe dell’umanità, dove c’è tanto dolore… E così, facendo il bene, tu laverai il tuo cuore”.

La capacità di perdono del Signore, poi, è senza confini, tuttavia, “se tu vuoi essere perdonato, tu devi cominciare la strada del fare il bene”, ha puntualizzato il Pontefice.

Il Vangelo del giorno (Mt 23,1-12) si sofferma invece su quelli che “dicono le cose giuste, ma che fanno il contrario”. E noi stessi, sovente, “siamo furbi e sempre troviamo una strada che non è quella giusta, per sembrare più giusti di quello che siamo: è la strada dell’ipocrisia”.

Gli ipocriti sono quelli che “fanno finta di convertirsi, ma il loro cuore è una menzogna” e “non appartiene al Signore” ma “al padre di tutte le menzogne, a satana. E questa è la finta della santità”.

A costoro, Gesù preferisce “mille volte” i peccatori, perché sanno ammettere “la verità su loro stessi”. Egli accoglie molto più Pietro – che gli dice: “Allontanati da me Signore che sono un peccatore!” – che non il fariseo superbo che proclama: “Ti ringrazio Signore, perché non sono peccatore, perché sono giusto”.

A conclusione dell’omelia, papa Francesco ha proposto tre parole da meditare: “l’invito alla conversione, il dono che ci darà il Signore e cioè un perdono grande, un grande perdono, e la trappola, cioè fare finta di convertirsi, ma prendere la strada dell’ipocrisia”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 24 Dicembre 2014

La tenerezza di Gesù Bambino è “luce che squarcia il buio”
Nell’omelia della Messa di Natale, papa Francesco descrive questa “santa notte” come “umiltà di Dio portata all’estremo”. E invita ad aprire a Lui il nostro cuore

Di Federico Cenci

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Dicembre 2014 (Zenit.org) – “Violenze, guerre, odio, sopraffazione”. Sono parole che suscitano emozioni negative quelle che hanno cadenzato lo scorrere della storia. Lungo un tale impervio cammino, fa però il suo ingresso una “luce che squarcia il buio” e che “ci rivela che Dio è Padre e che la sua paziente fedeltà è più forte delle tenebre e della corruzione”. È Lui che “cancella il peso della sconfitta e la tristezza della schiavitù, e instaura la gioia e la letizia”.

In una basilica di San Pietro avvolta da un’atmosfera di sentito raccoglimento, riecheggia l’omelia pronunciata da papa Francesco durante la Messa della notte di Natale. Attingendo alla liturgia di questa “santa notte”, il Pontefice presenta ai fedeli la nascita del Salvatore “come luce che penetra e dissolve la più densa oscurità”.

E raccogliere uno sfavillio in mezzo all’oscurità è per ogni uomo un anelito, che i cristiani possono appagare a partire da questa “notte santa”. Efficace la metafora di cui Francesco si serve per fotografare tale momento topico: “Siamo venuti alla casa di Dio attraversando le tenebre che avvolgono la terra – ha spiegato -, ma guidati dalla fiamma della fede che illumina i nostri passi e animati dalla speranza di trovare la ‘grande luce’. Aprendo il nostro cuore, abbiamo anche noi la possibilità di contemplare il miracolo di quel bambino-sole che rischiara l’orizzonte sorgendo dall’alto”.

Risalire all’origine “delle tenebre che avvolgono il mondo” significa perdersi “nella notte dei tempi”. Il Papa evoca “il primo crimine dell’umanità”, consumatosi quando “la mano di Caino, accecato dall’invidia, colpì a morte il fratello Abele” (cfr Gen 4,8). Il noto episodio biblico fu solo l’incipit di una triste sequenza.

Di fronte “alla corruzione di uomini e popoli”, Dio “ad un certo punto avrebbe potuto rinunciare”, ma invece “ha continuato ad aspettare con pazienza” perché “aveva riposto le proprie attese nell’uomo fatto a sua immagine e somiglianza”. L’annuncio della notte di Natale consiste proprio nella “luce che squarcia il buio” rivelandoci che la “paziente fedeltà” di Dio “è più forte delle tenebre e della corruzione”.

Un simile messaggio testimonia che “Dio non conosce lo scatto d’ira e l’impazienza”. Come il padre della parabola del figliol prodigo, Egli “è sempre lì”, in attesa “di intravedere da lontano il ritorno del figlio perduto”. Ritorno segnato da “una luce che squarcia il buio”.

“Essa nasce a Betlemme – ricorda il Santo Padre – e viene accolta dalle mani amorevoli di Maria, dall’affetto di Giuseppe, dallo stupore dei pastori”. Ed è proprio il “segno” che gli angeli annunciano a questi ultimi (cfr. Lc 2,12) che dà la misura della “umiltà di Dio portata all’estremo”. Umiltà che il Papa identifica nell’amore con cui, quella notte, “Egli ha assunto la nostra fragilità, la nostra sofferenza, le nostre angosce, i nostri desideri e i nostri limiti”.

Quell’anelito di ogni uomo, “il messaggio che tutti aspettavano”, non era altro che “la tenerezza di Dio”, il quale “ci guarda con occhi colmi di affetto” e accetta “la nostra miseria”: è un Dio “innamorato della nostra piccolezza”.

L’invito del Pontefice è dunque riflettere al cospetto di Gesù Bambino. “Come accogliamo la tenerezza di Dio? Mi lascio raggiungere da Lui, mi lascio abbracciare, oppure gli impedisco di avvicinarsi?”, le domande suggerite da Francesco. “La cosa più importante – soggiunge – non è cercarlo, bensì lasciare che sia Lui a trovarmi e ad accarezzarmi con amorevolezza”.

È di questo che ha oggi bisogno il mondo, di permettere a Dio di volerci bene. “La vita va affrontata con bontà, con mansuetudine”, afferma il Pontefice. Il quale prosegue: “Quando ci rendiamo conto che Dio è innamorato della nostra piccolezza, che Egli stesso si fa piccolo per incontrarci meglio, non possiamo non aprirgli il nostro cuore, e supplicarlo: ‘Signore, aiutami ad essere come te, donami la grazia della tenerezza nelle circostanze più dure della vita, donami la grazia della prossimità di fronte ad ogni necessità, della mitezza in qualsiasi conflitto’”.

Finita la Messa, papa Francesco ha personalmente deposto il Bambinello nella mangiatoia del presepe di piazza San Pietro. Gesto che ha preparato con una breve catechesi al termine della sua omelia. Evocando di nuovo la profezia di Isaia – “il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Is 9,1) – il Pontefice ha spiegato: “La vide la gente semplice, disposta ad accogliere il dono di Dio. Al contrario, non la videro gli arroganti, i superbi, coloro che stabiliscono le leggi secondo i propri criteri personali, quelli che assumono atteggiamenti di chiusura”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 12 Novembre 2014

“Non si è vescovi, sacerdoti o diaconi per bravura, ma per un dono di Dio”
Nell’Udienza generale, il Papa spiega che la consapevolezza che tutto è dono, aiuta un Pastore a non confidare soltanto in se stesso e a non assumere un atteggiamento autoritario, “come se tutti fossero ai suoi piedi”
Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 12 Novembre 2014 (Zenit.org) – Vescovi, presbiteri, diaconi. È tutta incentrata sui “ministeri” la catechesi di oggi di Papa Francesco durante l’Udienza generale. Il Papa prosegue il suo ciclo di riflessioni sulla Chiesa cattolica e si riallaccia al discorso del mercoledì precedente in cui si evidenziava come il Signore continui a pascere il suo gregge attraverso il ministero di presuli e sacerdoti.

Un ministero che certo non è dato da qualità personali: “Non si è vescovi, sacerdoti o diaconi perché si è più intelligenti, più bravi e migliori degli altri – afferma infatti il Santo Padre – ma solo in forza di un dono d’amore elargito da Dio, nella potenza del suo Spirito, per il bene del suo popolo”.

Essi per ogni comunità cristiana e per la Chiesa intera sono dunque un “segno vivo” di Cristo, “della sua presenza e del suo amore”. La responsabilità pertanto è altissima; il Papa infatti domanda: “Che cosa viene richiesto a questi ministri della Chiesa, perché possano vivere in modo autentico e fecondo il proprio servizio?”.

La prima traccia la dà San Paolo che, nelle Lettere pastorali ai discepoli Timoteo e Tito, si sofferma “con cura” sulla figura dei diversi ministri, delineandone “le prerogative”. Anzitutto quelle doti “inerenti la fede e la vita spirituale”; poi le doti “squisitamente umane” come “l’accoglienza, la sobrietà, la pazienza, la mitezza, l’affidabilità, la bontà di cuore”. Proprio queste costituiscono “l’alfabeto, la grammatica di base di ogni ministero!”, afferma il Pontefice.

E ricorda che “senza questa predisposizione bella e genuina a incontrare, a conoscere, a dialogare, ad apprezzare e a relazionarsi con i fratelli in modo rispettoso e sincero, non è possibile offrire un servizio e una testimonianza davvero gioiosi e credibile”.

In tal senso, è ancora San Paolo ad offrire uno spunto quando “esorta a ravvivare continuamente il dono che è stato ricevuto” attraverso il ministero. Essere vescovi, preti, diaconi è, infatti, un dono gratuito, ribadisce il Papa. E tale consapevolezza dovrebbe essere “una grazia da chiedere ogni giorno!”. Perché “un Pastore che è cosciente che il proprio ministero scaturisce unicamente dalla misericordia e dal cuore di Dio non potrà mai assumere un atteggiamento autoritario, come se tutti fossero ai suoi piedi e la comunità fosse la sua proprietà, il suo regno personale”.

Inoltre, “la consapevolezza che tutto è dono, tutto è grazia, aiuta un Pastore anche a non cadere nella tentazione di porsi al centro dell’attenzione e di confidare soltanto in se stesso”, spiega Francesco. “Sono le tentazioni della vanità, dell’orgoglio, della sufficienza, della superbia. Guai – ammonisce – se un vescovo, un sacerdote o un diacono pensassero di sapere tutto, di avere sempre la risposta giusta per ogni cosa e di non avere bisogno di nessuno”.

Anzi proprio costui, in tutta coscienza, deve riconoscersi per primo “oggetto della misericordia e della compassione di Dio” ed essere “un ministro della Chiesa” sempre “umile e comprensivo nei confronti degli altri”. “Pur nella consapevolezza di essere chiamato a custodire con coraggio il deposito della fede egli si metterà in ascolto della gente”, aggiunge il Pontefice: in ascolto dei “lontani” dalla fede e dalla Chiesa, da cui può “avere sempre qualcosa da imparare”, come pure dei propri confratelli. L’importante è che di fondo ci sia “un atteggiamento nuovo, improntato alla condivisione, alla corresponsabilità e alla comunione”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 03 Giugno 2014

CITTA’ DEL VATICANO, 03 Giugno 2014 (Zenit.org) – Se a Papa Francesco gli si chiedesse: “Com’è il matrimonio cristiano?”, sintetizzerebbe il suo pensiero su questo importante Sacramento con tre aggettivi: “Fedele, perseverante, fecondo”. Ovvero, le stesse tre caratteristiche esplicate dal modo di Gesù di amare la sua Sposa, la Chiesa.

Proprio su questi temi si è incentrata l’omelia di Bergoglio di ieri durante la Messa mattutina nella Casa Santa Marta. Sarà perché nel pubblico della Cappellina c’erano una quindicina di coppie che celebravano il traguardo dei 25, 50 e 60 anni di matrimonio?

Evidentemente sì. Il Papa ha infatti tralasciato le consuete riflessioni sulle Letture del giorno, e agli sposi “d’argento”, “d’oro” e “di diamante” ha preferito parlare di amore, anzi dei “tre amori” che Gesù nutre per il Padre, per la Madre e per la Chiesa.

L’amore più “grande” Cristo lo manifesta proprio per quest’ultima: la Chiesa, Sua Sposa “bella, santa, peccatrice”, ha detto il Pontefice, ma che Gesù “ama lo stesso”. Egli “sposò la Chiesa per amore”, e il suo modo di amarla esprime al meglio quelle “tre caratteristiche” su cui dovrebbe basarsi ogni unione cristiana: “È un amore fedele; è un amore perseverante, non si stanca mai di amare la sua Chiesa; è un amore fecondo”, ha spiegato Francesco.

È fedele, perché “Gesù è il fedele!”. Sempre. Come scriveva San Paolo in una delle sue Lettere: “Se tu confessi Cristo, Lui ti confesserà, a te, davanti al Padre; se tu rinneghi Cristo, Lui ti rinnegherà, a te; se tu non sei fedele a Cristo, Lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso!”. “La fedeltà è proprio l’essere dell’amore di Gesù”, ha rimarcato il Santo Padre, e questa fedeltà di Cristo per la Sua Sposa “è come una luce sul matrimonio”.

Tale fedeltà sfocia poi nella perseveranza. “Tante volte – ha osservato il Papa – Gesù perdona la Chiesa”, proprio come all’interno di una coppia dove, spesso (alle volte?), “ci si chiede perdono”. È proprio così che “l’amore matrimoniale va avanti”: “La vita matrimoniale deve essere perseverante, perché al contrario l’amore non può andare avanti”.

La perseveranza nell’amore – ha sottolineato il Pontefice – è fondamentale “nei momenti belli”, ma soprattutto “nei momenti difficili”, segnati da “problemi con i figli, problemi economici, problemi qui, problemi là”. Ma se “l’amore persevera”, ha assicurato Bergoglio, “va avanti, sempre, cercando di risolvere le cose, per salvare la famiglia. Perseveranti: si alzano ogni mattina, l’uomo e la donna, e portano avanti la famiglia”.

Fedeltà e perseveranza, dunque. A queste si aggiunge la “fecondità”, che si esprime soprattutto nei Battesimi, sacramenti attraverso cui Cristo “fa feconda la Chiesa con nuovi figli”. “La Chiesa cresce con questa fecondità nuziale”, ha detto il Papa, come anche un matrimonio diventa più solido e rigoglioso quando vengono messe al mondo delle creature.

È vero che a volte questa fecondità è messa alla prova: i figli non arrivano o sono ammalati. In questi casi, ha affermato Francesco, ci sono coppie che “guardano Gesù e prendono la forza della fecondità che Gesù ha con la sua Chiesa”. Ci sono però altri casi in cui sono gli stessi coniugi a mettere alla prova la fecondità, facendo “cose che a Gesù non piacciono”.

La frecciatina del Papa è rivolta a tutti quei matrimoni “sterili per scelta”, “che non vogliono i figli, che vogliono rimanere senza fecondità”. La causa – ha affermato il Santo Padre – è la “cultura del benessere” che in dieci anni ci ha convinto che “è meglio non avere i figli, così tu puoi andare a conoscere il mondo, in vacanza, puoi avere una villa in campagna, tu stai tranquillo…”.

“Ma è meglio forse – più comodo – avere un cagnolino, due gatti, e l’amore va ai due gatti e al cagnolino”, ha proseguito il Pontefice. E parlando direttamente alle coppie, ha aggiunto: “È vero o no questo? Lo avete visto voi?”. Con questa fecondità repressa, però, succede che alla fine il matrimonio “arriva alla vecchiaia in solitudine, con l’amarezza della cattiva solitudine”, ha avvertito il Santo Padre. Perché al matrimonio è stato tolto uno dei tre pilastri su cui poggiarsi, non si è fatto “quello che Gesù fa con la sua Chiesa: la fa feconda”.

CITTA’ DEL VATICANO, 15 Maggio 2014

“Non siamo cristiani se non siamo nella Chiesa”
A Santa Marta, papa Francesco ha spiegato che un cristiano fuori dalla Chiesa “non si può capire”, così come non si potrebbe capire Gesù fuori dalla storia del suo popolo

Di Federico Cenci

CITTA’ DEL VATICANO, 15 Maggio 2014 (Zenit.org) – Non si può capire Gesù Cristo senza storia. È la prima Lettura di oggi a confermarlo, laddove vi è scritto: “Dio inviò, come salvatore per Israele, Gesù” (At, 13). Gesù si inserisce dunque nel cammino del suo popolo, e ne rappresenta il fine. Pertanto, allo stesso modo, non si può capire un cristiano fuori dal popolo di Dio, fuori dalla Chiesa.

È questo il concetto che ha espresso stamattina papa Francesco, nel corso della canonica omelia di Santa Marta. Partendo dalla prima Lettura, nella quale San Paolo spiega che Gesù proviene dalla discendenza di Davide e che la sua storia incomincia da quella del suo popolo, il Santo Padre ha detto che Gesù “non si capisce senza questa storia”. Così come, ha aggiunto, “non si può capire un cristiano fuori dal popolo di Dio”. Il cristiano, del resto, “non è una monade”, ma “appartiene ad un popolo: la Chiesa. Un cristiano senza Chiesa è una cosa puramente ideale, non è reale”.

Gesù Cristo, che “non è caduto dal cielo come un eroe che viene a salvarci”, ci dimostra che “non si può capire un cristiano solo”. Ci conforta in tal senso, ha proseguito il Papa, che “Dio ha storia, perché ha voluto camminare con noi”. Quindi, ha ribadito, “un cristiano senza storia, un cristiano senza popolo, un cristiano senza Chiesa non si può capire”. Il cristiano “fai-da-te” è qualcosa da “laboratorio”, “artificiale”, qualcosa “che non può dar vita”.

Alla luce di queste considerazioni, nel cammino di un cristiano, si rivela fondamentale “la dimensione della memoria”, ciò che papa Francesco definisce “una promessa”. Infatti, “un cristiano è un memorioso della storia del suo popolo, è memorioso del cammino che il popolo ha fatto, è memorioso della sua Chiesa”.

Solo con questo bagaglio di memoria si può procedere “verso la definitiva promessa”, verso “la pienezza”. E per questo, “un cristiano nella Chiesa è un uomo, una donna con speranza: speranza nella promessa”. Promessa da non confondere – l’ammonimento del Papa – con la “aspettativa”, poiché solo “la speranza” è “quella che non delude”.

Chi ha memoria ha anche gli strumenti per guardare al futuro, e per vivere bene il presente. “Guardando indietro – ha detto il Papa – il cristiano è una persona memoriosa: chiede la grazia della memoria, sempre. Guardando in avanti, il cristiano è un uomo e una donna di speranza. E nel presente, il cristiano segue il cammino di Dio e rinnova l’Alleanza con Dio”.

Alleanza con Dio che si rinnova mediante la gioia di poter dire costantemente al Signore: “Sì, io voglio i comandamenti, io voglio la tua volontà, io voglio seguirti”. Alleanza con Dio che si celebra tutti i giorni nella Messa: il cristiano è dunque “una donna, un uomo eucaristico”.

Papa Francesco ha perciò invitato i fedeli: “Pensiamo – ci farà bene pensare questo, oggi – come è la nostra identità cristiana. La nostra identità cristiana è appartenenza ad un popolo: la Chiesa”. Perché “non siamo cristiani” se non siamo nella Chiesa, ove “siamo entrati con il battesimo”. Il Pontefice ha poi sollecitato a sviluppare “l’abitudine di chiedere la grazia della memoria, e la memoria del cammino che ha fatto il popolo di Dio; anche della memoria personale: cosa ha fatto Dio con me, nella mia vita, come mi ha fatto camminare…”. Al contempo, ha invitato a chiedere “la grazia della speranza”, che non “è ottimismo”.

Infine, la sua preghiera, è stata “chiedere la grazia di rinnovare tutti i giorni l’Alleanza con il Signore che ci ha chiamato”. Tre grazie, ha concluso papa Francesco, “che sono necessarie per l’identità cristiana”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 02 Maggio 2014

Cristiani che ancora oggi vengono crocifissi. E il Papa piange…
Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco parla delle persecuzioni subite dai cristiani: dai discepoli fatti flagellare dal Sinedrio, fino ai martiri moderni uccisi solo per avere un Vangelo in casa

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 02 Maggio 2014 (Zenit.org) – Anche il Papa piange. Piange quando vede figli del Popolo di Dio di cui è Pastore essere martirizzati per la loro fede. Piange quando viene a sapere che, in paesi come la Siria, ci sono cristiani che vengono pubblicamente crocifissi. Piange quando vede ripetersi ancora oggi, nel terzo millennio, le stesse persecuzioni che subirono Gesù Cristo e i suoi discepoli.

L’omelia del Pontefice nella Messa a Santa Marta di oggi tuttavia non è un piagnisteo, né uno sfogo di rabbia, bensì un messaggio di speranza per dire che dopo la croce c’è la resurrezione, e che queste sofferenze fanno parte della storia di salvezza. Per farlo il Santo Padre propone tre icone, a partire dalla Lettura di oggi degli Atti degli Apostoli, in cui i discepoli vengono fatti flagellare dal Sinedrio.

La prima icona – spiega il Papa – “è l’amore di Gesù per la gente, la sua attenzione ai problemi delle persone”. Il Signore – sottolinea – non si preoccupa di quanti lo seguono, non gli passa per la testa, per esempio, di fare un censimento per vedere se è cresciuta la Chiesa… no! Lui parla, predica, ama, accompagna, fa la strada con la gente, mite e umile”. E a questa gente si rivolge con quell’autorità che viene dalla “forza dell’amore”.

All’amore di Cristo fa da contrappeso la “gelosia” delle autorità religiose del tempo. È questa la “seconda icona”, afferma Francesco: i leader del tempo “non tolleravano che la gente andasse dietro a Gesù! Non tolleravano! Avevano gelosia”. E la gelosia, si sa, “è un brutto atteggiamento” che trascina fino all’invidia, un sentimento ancora più pericoloso il cui padre è “il demonio” stesso, che proprio per invidia ha fatto entrare il male nel mondo.

Rosi dentro da questa miscela di invidia e gelosia, i capi del tempo compiono ogni tipo di infamie nei confronti di Cristo: “Questa gente – dice Papa Francesco – sapeva bene chi era Gesù! Questa gente era la stessa che aveva pagato la guardia per dire che gli apostoli avevano rubato il corpo di Gesù! Avevano pagato per silenziare la verità”. Era gente “cattiva, davvero!”, rimarca Bergoglio, perché “quando si paga per nascondere la verità, siamo in una cattiveria molto grande”.

Essi non sopportavano “la mitezza di Gesù”, “la mitezza del Vangelo”, non tolleravano l’amore. E il popolo “sapeva chi erano questi” soggetti, infatti “non li seguivano” ma li “tolleravano solo perché avevano l’autorità: l’autorità del culto, l’autorità della disciplina ecclesiastica”. Gesù infatti – ricorda il Pontefice – “dice di loro che legavano pesi opprimenti sui fedeli e li facevano caricare sulle spalle della gente”.

Qualcuno più coraggioso prova ad opporsi: Gamaliele, un “uomo saggio”, che – narra la Scrittura – durante la riunione del Sinedrio invita le autorità religiose a liberare gli apostoli. Tuttavia questi leader, “con le loro manovre politiche, con le loro manovre ecclesiastiche per continuare a dominare il popolo”, dopo le parole dell’uomo saggio, “richiamarono gli apostoli e li fecero flagellare e ordinarono loro di non parlare nel nome di Gesù. Quindi li rimisero in libertà”. Non potevano ascoltare il suggerimento di Gamaliele e basta: “Qualcosa dobbiamo fare: daremo loro una bella bastonata e poi a casa!”. E qualcosa hanno fatto, “ingiusta, ma l’hanno fatto”, dice il Papa. Perché “loro – prosegue – erano i padroni delle coscienze, e si sentivano con il potere di farlo”.

E come allora, anche oggi, “nel mondo, ci sono tanti” di questi “padroni delle coscienze”: “Anche oggi c’è questa gente che, in nome di Dio, uccide, perseguita”, denuncia Bergoglio. E confessa, con tenerezza e umanità, di aver versato lacrime amare quando visto sui media “la notizia di cristiani crocifissi in un certo Paese non cristiano”. Accanto a questi “padroni”, tuttavia, ci sono cristiani che “come gli apostoli, sono lieti di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”.

“Pensate – dice Francesco – che in alcuni Paesi, soltanto per portare il Vangelo, vai in carcere. Tu non puoi portare una croce: ti faranno pagare la multa”. Oggi sono tanti i cristiani in queste condizioni, e – come ripete spesso il Papa – “ci sono più martiri oggi che nel passato”. Tuttavia il cuore di questa gente “è lieto”, ed è questa “la terza icona di oggi: la gioia della testimonianza”.

Quindi, Papa Francesco riepiloga: “Prima icona: Gesù con la gente, l’amore, la strada che Lui ci ha insegnato, sulla quale dobbiamo andare. Seconda icona: l’ipocrisia di questi dirigenti religiosi del popolo, che avevano imprigionato il popolo con questi tanti comandamenti, con questa legalità fredda, dura, e che hanno anche pagato per nascondere la verità. Terza icona: la gioia dei martiri cristiani, la gioia di tanti fratelli e sorelle nostre che nella storia hanno sentito questa gioia, questa letizia di essere stati giudicati degni di subire oltraggi per il nome di Gesù”. Tre icone: “Guardiamole, oggi – conclude il Santo Padre – È parte della nostra storia del salvezza”.

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CITTA’ DEL VATICANO, 29 Aprile 2014

Armonia, testimonianza, cura dei poveri: la “ricetta” di Francesco per una perfetta comunità cristiana
Nella Messa a Santa Marta, il Papa indica nei primi gruppi di cristiani il modello con cui confrontarsi oggi per “rinascere nello Spirito”     Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 29 Aprile 2014 (Zenit.org) – Perdono, solidarietà, pace, testimonianza, cura dei poveri. È la ricetta di Bergoglio, stilata nella Messa di oggi a Santa Marta, per comporre una perfetta “comunità cristiana”. La stessa che la lettura degli Atti degli Apostoli tratteggia con alcune “pennellate” sulle quali il Pontefice costruisce la sua omelia. In particolare, sono tre gli aspetti che Francesco pone in luce nella sua riflessione, “tre peculiarità” che sintetizzano l’essenza “del popolo rinato ”: la piena concordia all’interno del gruppo, la capacità di testimoniare Cristo fuori del gruppo, e l’amore per i poveri tradotto in un forte impegno a far sì che nessuno, nel gruppo, patisse la miseria.

Questi “nuovi cristiani”, quando “ancora non si chiamavano così”, – dice il Santo Padre – avevano “un solo cuore e un’anima sola”. Erano “una comunità in pace”, nel senso che tra di essi “non c’era posto per le chiacchiere, per le invidie, per le calunnie, per le diffamazioni”. La pace era il loro tratto distintivo, insieme al “perdono” e all’“amore” che “copriva tutto”. Certo, osserva Bergoglio, come in tutte le aggregazioni umane, anche in questa i problemi non sono mancati: “lotte interne, lotte dottrinali, lotte di potere”. Tuttavia, i momenti forti sono stati utili a far “rinasce dallo Spirito” questa comunità divenuta poi concorde e testimone della fede.

È, dunque, essa il modello con cui ogni comunità cristiana di oggi deve confrontarsi, dice Papa Francesco: “Per qualificare una comunità cristiana, dobbiamo domandarci com’è l’atteggiamento dei cristiani: Sono miti, umili? In quella comunità ci sono liti fra loro per il potere? Liti d’invidia? Ci sono chiacchiere?”. Qualora ci fossero, tali cristiani “non sono sulla strada di Gesù Cristo”. La pace tra i fratelli non è, infatti, un dato scontato, è una “peculiarità tanto importante”, sottolinea il Santo Padre. Anche “perché il demonio cerca di dividerci sempre. È il padre della divisione”.

Ma la ‘verifica’ non finisce qui. Bisogna domandarsi ancora: “È una comunità che dà testimonianza della risurrezione di Gesù Cristo? Questa parrocchia, questa comunità, questa diocesi crede davvero che Gesù Cristo è risorto? O dice: ‘Sì, è risorto, ma di qua’, perché lo crede qui soltanto, il cuore lontano da questa forza”. È necessario e fondamentale “dare testimonianza che Gesù è vivo, è fra noi” – ribadisce il Papa – solo così “si può verificare come va una comunità”.

Esiste un infine un terzo aspetto da tenere in considerazione in quanto indice della “cristianità” di un gruppo che si dice seguace di Gesù: “i poveri”. Due le domande da porsi in tal senso: “Primo – sottolinea Bergoglio – com’è il tuo atteggiamento o l’atteggiamento di questa comunità con i poveri? Secondo: questa comunità è povera? Povera di cuore, povera di spirito? O mette la sua fiducia nelle ricchezze? Nel potere?”.

Ricapitolando, dunque, “armonia, testimonianza, povertà e cura dei poveri” sono gli aspetti essenziali che amalgamano i vari membri di una comunità e la rendono un unico Corpo. Un corpo che, come Gesù spiegava a Nicodemo, “rinasce dall’Alto”, grazie allo Spirito che “è l’unico che può fare questo”. “La Chiesa la fa lo Spirito. Lo Spirito fa l’unità. Lo Spirito ti spinge verso la testimonianza. Lo Spirito ti fa povero, perché Lui è la ricchezza e fa che tu abbia cura dei poveri”, afferma il Pontefice. E conclude augurando a tutti i cristiani – incluso sé stesso – che “lo Spirito Santo ci aiuti a camminare su questa strada di rinati per la forza del Battesimo”.

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ROMA, 19 Aprile 2014

“Il male non avrà l’ultima parola”
A sorpresa papa Francesco prende la parola al termine della via Crucis al Colosseo-   Di Luca Marcolivio

ROMA, 19 Aprile 2014 (Zenit.org) – Oltre 40mila persone si sono assiepate ieri sera intorno al Colosseo per la tradizionale Via Crucis del Venerdì Santo. Tra tante fiaccole accese in una serata d’aprile piuttosto fredda, intorno alle 21.10 l’atmosfera sommessa viene spezzata da grida di giubilo all’arrivo di papa Francesco, a bordo di una Ford Mondeo azzurra.

Accolto sulla terrazza del Palatino dal sindaco di Roma, Ignazio Marino, il Santo Padre si dirige poi verso la propria postazione, dalla quale, seduto e raccolto in preghiera, seguirà dall’alto il procedere delle quattordici stazioni.

Il Papa appare particolarmente stanco e assorto nei suoi pensieri, ben diverso dal Francesco vivace e cordiale delle Udienze Generali, prodigo di abbracci ai bambini e carezze ai disabili. Un contegno che sembra confermare la probabilità – annunciata poche ore prima dal portavoce vaticano, padre Federico Lombardi – che il Pontefice non parli al termine della Via Crucis, limitandosi alla benedizione finale.

Intanto, all’interno del Colosseo, luogo dove i primi martiri romani versarono il loro sangue, convertendo la capitale del più grande impero di tutti i tempi, nella capitale della cristianità, la processione avanza, con in testa il Cardinale Vicario, Agostino Vallini, i vescovi ausiliari e alcuni dei più importanti rappresentanti della diocesi di Roma.

L’attrice Virna Lisi e il giornalista di Radio Vaticana, Orazio Coclite, leggono le meditazioni preparate quest’anno dall’arcivescovo di Campobasso-Boiano, monsignor Giancarlo Bregantini. È un’autentica immersione nei mali dell’umanità odierna: ingiustizie crudeli, disarmanti, inspiegabili, la cui risposta – come per le ingiustizie del passato – è nel silenzio del Cristo agonizzante.

Ce n’è per il giustizialismo a buon mercato, sempre in cerca del capro espiatorio, delle “facili accuse”, dei “giudizi superficiali”, delle “insinuazioni”, dei “preconcetti che chiudono il cuore e si fanno cultura razzista”, delle “lettere anonime” e delle “orribili calunnie” di cui fa le spese Gesù per mano di Pilato (I Stazione).

“Accusati, si è subito sbattuti in prima pagina; scagionati, si finisce in ultima!”. E Gesù, per Pilato, diventa “un caso imbarazzante”…

Ma il pesante giogo della Croce, Cristo (II Stazione) lo porta anche per le vittime della crisi economica, della “precarietà”, della “disoccupazione”, dei “licenziamenti”, della “speculazione finanziaria”, dei “suicidi degli imprenditori”, della “corruzione” e della “usura”.

Gesù, quindi, si prende sulle spalle le ingiustizie che gravano sui lavoratori e ci insegna a “creare ponti di solidarietà e di speranza, per non essere pecore erranti né smarrite in questa crisi”.

“Fragile” ed “umanissimo”, il Condannato cade una, due, tre volte (III, VII  e IX Stazione) ed altrettante si rialza, insegnandoci “ad accettare le nostre fragilità, a non scoraggiarci per i nostri fallimenti, a riconoscere con lealtà i nostri limiti”.

Il suo è “il grido dei perseguitati, dei morenti, dei malati terminali, degli oppressi sotto il giogo”: una tribolazione simile a quella di una futura madre che “soffre nel parto” ma che sa che le sue sono “le doglie della vita nuova, della primavera in fiore, proprio per quella potatura”.

E intanto Maria va incontro al Figlio morente (IV Stazione), raccogliendo “tutte le lacrime di ogni mamma per i figli lontani, per i giovani condannati a morte, trucidati o partiti per la guerra, specie i bambini-soldato”.

In Lei “sentiamo il lamento straziante delle madri per i loro figli, morenti a causa dei tumori prodotti dagli incendi dei rifiuti tossici”, le “lacrime amarissime” delle “mamme vigilanti nella notte con le lampade accese, trepidanti per i giovani travolti dalla precarietà o inghiottiti dalla droga e dall’alcol, specie il sabato notte!”.

Simone di Cirene (V Stazione) è il segno della “guarigione dal nostro egoismo”, di una “fraternità mistica” e “contemplativa” che sa guardare alla grandezza sacra del prossimo” e aprire “il cuore all’amore divino”, cercando “la felicità degli altri nei tanti gesti del volontariato”.

Il Condannato procede nella sua via dolorosa e gli vengono strappate di dosso le vesti (X Stazione) e in Lui “innocente, denudato e torturato, riconosciamo la dignità violata di tutti gli innocenti, specialmente dei piccoli”.

Viene poi inchiodato in Croce (XI Stazione), ricordandoci che “la malattia non chiede permesso” e “giunge sempre inattesa”, tuttavia “può diventare una grande scuola di sapienza, incontro col Dio Paziente”.

Alla sua morte, “Gesù viene consegnato finalmente a sua Madre” (XIV Stazione) e “Maria s’incatena in un abbraccio totale a Lui”: così “la battaglia è vinta” e “l’amore non è stato spezzato”, perché “l’amore è più forte della morte”.

Contrariamente alle previsioni, alla fine della Via Crucis, il Santo Padre ha pronunciato la sua meditazione. “Il male non avrà l’ultima parola, ma l’amore, la misericordia e il perdono”, ha detto papa Francesco.

Sulla Croce di Suo Figlio, Dio Padre pone “tutto il peso dei nostri peccati, tutte le ingiustizie perpetrate da ogni Caino contro suo fratello, tutta l’amarezza del tradimento di Giuda e di Pietro, tutta la vanità dei prepotenti, tutta l’arroganza dei falsi amici”.

La Croce è pesante “come la notte delle persone abbandonate”, “come la morte delle persone care”, perché “riassume tutta la bruttura del male”.

Eppure essa, ha proseguito il Papa, “è anche una Croce gloriosa come l’alba di una notte lunga, perché raffigura in tutto l’amore di Dio che è più grande delle nostre iniquità e dei nostri tradimenti”.

Nella Croce si fronteggiano “la mostruosità dell’uomo” e “l’immensità della misericordia di Dio”, che ci fa sentire “figli” e non “cose”, come affermava San Gregorio Nazanzieno in una sua preghiera citata dal Papa.

“O nostro Gesù guidaci dalla Croce alla Resurrezione e insegnaci che il male non avrà l’ultima parola, ma l’amore, la misericordia e il perdono”, ha proseguito il Pontefice.

“O Cristo, aiutaci a esclamare nuovamente: ‘Ieri ero crocifisso con Cristo; oggi sono glorificato con Lui. Ieri ero morto con Lui, oggi sono vivo con Lui. Ieri ero sepolto con Lui, oggi sono risuscitato con Lui’”, ha poi concluso.

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11 Aprile 2014

“Il demonio esiste eccome. Anche nel XXI secolo!”
Nella Messa a Santa Marta, il Papa illustra i tre modi con cui il diavolo cerca di tentarci e allontanarci da Dio. E spiega pure come combattere contro di lui prendendo esempio dal Vangelo
Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 11 Aprile 2014 (Zenit.org) – Il diavolo c’è. E bisogna imparare a lottare contro di lui. Se qualcuno pensa che tale affermazione avrebbe avuto credito ai tempi del Medioevo, dovrà ricredersi visto che oggi il Papa a Santa Marta ha dedicato una intera omelia sull’argomento. Chiaro e conciso come al solito, Francesco non ha usato formule edulcorate per dire che il demonio esiste eccome. “Anche nel XXI secolo”, ha sottolineato.

E ha aggiunto pure che “tutti siamo tentati” da lui e che, dunque, non dobbiamo essere ingenui nel riconoscere questi suoi attacchi quotidiani, ma anzi imparare a difenderci prendendo spunto dal Vangelo. In fin dei conti, questa è la vita cristiana: una lotta continua contro il male.

La stessa lotta affrontata da Gesù per tutta la vita: “Lui è venuto a vincere il male, a vincere il principe di questo mondo, a vincere il demonio”, ha affermato Francesco. Satana “ha tentato Gesù tante volte”, e Gesù, oltre alle persecuzioni “ha sentito nella sua vita le tentazioni”. Tutti noi cristiani “che vogliamo seguire Gesù”, dobbiamo dunque “conoscere bene questa verità”. Cioè che “anche noi siamo tentati, anche noi siamo oggetto dell’attacco del demonio, perché lo spirito del Male – ha spiegato Bergoglio – non vuole la nostra santità, non vuole la testimonianza cristiana, non vuole che noi siamo discepoli di Gesù”.

Ma “come fa lo spirito del Male ad allontanarci dalla strada di Gesù con la sua tentazione?”, ha domandato il Papa. Non è facile riconoscere le trappole del demonio, perché la tentazione – ha spiegato – segue una tripla procedura: “cresce, contagia e si giustifica”.

La tentazione, infatti, “incomincia lievemente”. Come accade a Gesù nel deserto, “quasi sembra una seduzione” – ha osservato il Santo Padre – questo invito del diavolo a buttarsi dal Tempio per far dire agli altri “Ecco il Messia!”. E pure con Adamo ed Eva, il demonio “quasi parla come se fosse un maestro spirituale”.

Questa tentazione-seduzione, poi, “cresce” e “contagia un altro, si trasmette ad un altro, cerca di essere comunitaria”, ha avvertito il Papa. Cristo rifiuta le smancerie del diavolo, e lui vedendo “respinta” la sua tentazione allora “torna più forte”. Come dice Gesù stesso nel Vangelo di Luca: “Quando il demonio è respinto, gira e cerca alcuni compagni e con questa banda, torna”, “cresce anche coinvolgendo altri”. Così accade anche con Gesù, ha ricordato Francesco, “il demonio coinvolge” i suoi nemici e quello che “sembrava un piccolo filo d’acqua, tranquillo, diviene una marea”.

Dopo la crescita e il contagio, si arriva poi ad un terzo stadio: “per tranquillizzare l’anima”, si “giustifica” la tentazione. Sempre Gesù ne è vittima, sminuito dai suoi nemici mentre predica nella Sinagoga: “Ma, questo è il figlio di Giuseppe, il falegname, il figlio di Maria! Mai andato all’università! Ma con che autorità parla? Non ha studiato!”. La tentazione, ha detto il Papa, “ha coinvolto tutti, contro Gesù”. E il momento “più forte della giustificazione è quello del sacerdote”, quando dice: “Non sapete che è meglio che un uomo muoia per salvare il popolo?”.

Ma una piccola tentazione è anche quella di pensare adesso che tutto sommato questo riguarda Gesù; a noi cristiani modesti certe cose non accadono. Il Papa ha quindi riportato tutti con i piedi per terra: “Pensiamo, ad esempio, ad una chiacchiera – ha detto – io ho un po’ di invidia per quella persona, per l’altra, e prima ho l’invidia dentro, solo, e bisogna condividerla e va da un’altra persona e dice: ‘Ma tu hai visto quella persona?’… e cerca di crescere e contagia un altro e un altro…”.

“Questo è il meccanismo delle chiacchiere – ha soggiunto – e tutti noi siamo stati tentati di fare chiacchiere! Forse qualcuno di voi no, se è santo, ma anche io sono stato tentato di chiacchierare! È una tentazione quotidiana, quella. Ma incomincia così, soavemente, come il filo d’acqua. Cresce per contagio e alla fine si giustifica”.

Bisogna allora prestare ancora più attenzione “quando, nel nostro cuore, sentiamo qualcosa che finirà per distruggere”, ha ammonito il Santo Padre. Perché “se non fermiamo a tempo quel filo d’acqua, quando crescerà e contagerà sarà una marea tale che soltanto ci porterà a giustificarci male, come si sono giustificate queste persone”.

Attenzione, quindi, ma non scoraggiamento: “Tutti – ha ribadito il Vescovo di Roma – siamo tentati, perché la legge della vita spirituale, la nostra vita cristiana, è una lotta. Il principe di questo mondo – il diavolo – non vuole la nostra santità, non vuole che noi seguiamo Cristo”.

E se qualcuno starà pensando: “Ma Padre, che antico è lei: parlare del diavolo nel secolo XXI!”, Francesco ha concluso la sua omelia ribadendolo ancora più vigorosamente: “Guardate che il diavolo c’è! Il diavolo c’è. Anche nel secolo XXI! E non dobbiamo essere ingenui, eh? Dobbiamo imparare dal Vangelo come si fa la lotta contro di lui”.

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01 Aprile 2014

L’accidia spirituale e il formalismo chiudono le porte alla salvezza
Durante l’omelia a Santa Marta, papa Francesco mette in guardia da due tipi di “malattie spirituali” molto diffuse      Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 01 Aprile 2014 (Zenit.org) – La routine e l’accidia sono pericoli mortali per la salvezza del cristiano. Lo ha detto papa Francesco durante l’omelia di stamattina alla Casa Santa Marta.     Il Vangelo di oggi (Gv 5,1-16), che narra del miracolo compiuto da Gesù di sabato, con grande scandalo dei farisei, richiama l’attenzione su due tipi di “malattie spirituali” assai diffuse, ha osservato il Santo Padre.    La prima è rappresentata dalla rassegnazione di tanti cattolici “senza entusiasmo” e costantemente “amareggiati”. È l’atteggiamento di chi va a messa tutte le domeniche e rispetta i precetti ma, per quieto vivere, preferisce “non immischiarsi”.

Ci sono cristiani “tranquilli per la vita” che, non solo preferiscono “non rischiare” ma criticano chi, al contrario, ha un approccio più dinamico ed entusiasta alla fede.

“È la malattia dell’accidia, dell’accidia dei cristiani – ha spiegato il Papa -. Questo atteggiamento che è paralizzante dello zelo apostolico, che fa dei cristiani persone ferme, tranquille, ma non nel buon senso della parola: che non si preoccupano di uscire per dare l’annuncio del Vangelo! Persone anestetizzate”.   Il Pontefice ha dunque deplorato l’“accidia spirituale” che intristisce i cristiani, li rende “persone non luminose” e “negative”. È la “malattia” di chi va a messa tutte le domeniche ma dice: “per favore non disturbare”.   Cristiani di questo tipo sono “egoisti” e “non fanno bene alla Chiesa”, sono privi di “zelo apostolico” e della “voglia di dare la novità di Gesù agli altri, quella novità che a me è stata data gratuitamente”.    L’altra malattia spirituale menzionata da papa Francesco è il “formalismo”, di cui peccano quei cristiani che “non lasciano posto alla grazia di Dio”: la loro concezione di vita cristiana è “avere tutti i documenti in regola, tutti gli attestati”.    Costoro non sono troppo diversi dai farisei, secondo i quali “la grazia di Dio non può lavorare il sabato”. Di cristiani di questo tipo, anche oggi, “ne abbiamo tanti”, ha lamentato il Papa.    Se, da un lato, i malati di “accidia spirituale” hanno deciso di “fermarsi in se stessi, nelle loro tristezze, nei loro risentimenti”, i formalisti “non sono capaci di portare la salvezza perché chiudono la porta alla salvezza”.    Entrambi gli atteggiamenti stigmatizzati dal Santo Padre sono così comuni che tante volte noi stessi siamo stati vittime dell’“accidia” o “come i farisei”. Si tratta di tentazioni che dobbiamo riconoscere e “difenderci”: si può guarirne, avvicinandoci a Gesù, la cui grazia “fa tutto”.     Quando incontra il paralitico, Gesù prima lo guarisce, poi gli dice “non peccare più”: sono “parole dette con tenerezza, con amore”, ha commentato il Papa.      La via della guarigione è “la strada dello zelo apostolico: avvicinarsi a tante persone, ferite in questo ospedale da campo, e anche tante volte ferite da uomini e donne della Chiesa”.     E Gesù che ci salva, potremo incontrarlo in tanti fratelli e sorelle che ci domanderanno: “vuoi guarire?”. E poi ci raccomanderanno: “non peccare più, che non fa bene”.     Sono parole, quelle di Gesù, “più belle dell’atteggiamento dell’accidia o dell’atteggiamento dell’ipocrisia”, ha quindi concluso il Santo Padre.

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27 Febbraio 2014

I cristiani incoerenti danno scandalo. E lo scandalo uccide!
Nella Messa a Santa Marta, Francesco ricorda che il vero cristiano è colui che “pensa, sente e agisce” secondo Cristo. Quando non è così, “c’è qualcosa che non va”

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 27 Febbraio 2014 (Zenit.org) – Alle categorie dei cristiani da cui stare in guardia, il Papa ha aggiunto un’altra tipologia nella Messa a Santa Marta di oggi: i cristiani “incoerenti”. Tutti coloro, cioè, che non pensano, né sentono e tantomeno agiscono da cristiani e che per questo danno scandalo. Uno scandalo che uccide.

Spunto della riflessione del Pontefice non sono state solo le Letture del giorno, ma una Cresima amministrata durante la Messa. Un Sacramento, questo, – ha detto il Papa – che “manifesta la sua voglia di essere cristiano”, ovvero la voglia di “dare testimonianza di Gesù Cristo”. Chi si dice cristiano – ha aggiunto – vuole dire che “pensa come cristiano, sente come cristiano e agisce come cristiano”. Questa “è la coerenza di vita di un cristiano”, ha affermato Bergoglio: qualora si manchi di una di queste cose “non c’è il cristiano”, ma “c’è qualcosa che non va, c’è una certa incoerenza”. Attenzione, quindi, ai cristiani “che vivono ordinariamente, comunemente nell’incoerenza”, perché “fanno tanto male”, ha avvertito il Santo Padre.

La durezza delle parole del Pontefice ricalca quella di San Giacomo quando rimprovera alcuni incoerenti, che si vantavano di essere cristiani, ma sfruttavano i loro dipendenti. “Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre e che voi non avete pagato grida; e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore Onnipotente”, esclamava l’apostolo.

“È forte il Signore”, ha commentato il Papa, al punto che se uno sentisse questo, potrebbe pensare: “Ma questo lo ha detto un comunista!”. Invece no, “l’ha detto l’apostolo Giacomo! È Parola del Signore. È l’incoerenza”; e quando non c’è la coerenza cristiana “si fa lo scandalo”, ha ribadito il Pontefice.

Gesù, poi, è ancora più duro quando si scaglia senza mezzi termini contro lo scandalo, dicendo: “Chi scandalizzerà uno solo di questi piccoli che credono in me, uno solo di questi fratelli, sorelle che hanno fede, è molto meglio per lui che gli venga messa al collo una macina da mulino e sia gettato nel mare”. Se Cristo “parla così forte” – ha spiegato il Papa – è perché “lo scandalo uccide”. “Tante volte – ha aggiunto – abbiamo sentito: Ma padre, io credo in Dio, ma non nella Chiesa, perché voi cristiani dite una cosa e ne fate un’altra”. Oppure: “Io credo in Dio, ma in voi no”.

Il motivo di tale disagio è “l’incoerenza”: “Se tu ti trovi davanti davanti un ateo e ti dice che non crede in Dio, tu puoi leggergli tutta una biblioteca, dove si dice che Dio esiste e anche provare che Dio esiste, e lui non avrà fede”, ha evidenziato Bergoglio. Se invece davanti a questo stesso ateo “tu dai testimonianza di coerenza di vita cristiana, qualcosa incomincerà a lavorare nel suo cuore. Sarà proprio la testimonianza tua quella che a lui porterà questa inquietudine sulla quale lavora lo Spirito Santo”.

La coerenza deve essere quindi “una grazia che tutti noi, tutta la Chiesa deve chiedere”. “Per vivere nella coerenza cristiana è necessaria la preghiera, perché la coerenza cristiana è un dono di Dio e dobbiamo chiederlo”, ha precisato il Pontefice. E ha suggerito, quindi, l’orazione da rivolgere a Dio: “Signore, che io sia coerente! Signore, che io non scandalizzi mai, che io sia una persona che pensi come cristiano, che senta come cristiano, che agisca come cristiano”.

Prima di concludere, Francesco però non ha mancato di ricordare la misericordia di Dio e ha raccomandato di “avere l’umiltà di chiedere perdono” qualora si cada nelle proprie debolezze. “Tutti – ha detto – siamo peccatori, tutti, ma tutti abbiamo la capacità di chiedere perdono. E Lui mai si stanca di perdonare”. L’incoraggiamento è, dunque, ad “andare avanti nella vita con coerenza cristiana, con la testimonianza di quello che crede in Gesù Cristo, che sa che è peccatore, ma che ha il coraggio di chiedere perdono quando sbaglia e che ha tanta paura di scandalizzare”.

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 30 Gennaio 2014
Un cristiano senza Chiesa: una “dicotomia assurda”!
Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco cita Paolo VI e parla del “sensus ecclesiae”, indicando umiltà, fedeltà e preghiera come i tre pilastri per sentirsi con e nella Chiesa

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 30 Gennaio 2014 (Zenit.org) – “Amare Cristo senza la Chiesa; ascoltare Cristo ma non la Chiesa; stare con Cristo al margine della Chiesa”. È possibile? Assolutamente no! Anzi, è una “dicotomia assurda”. Le parole del “grande Paolo VI” sono risuonate oggi nell’omelia di Papa Francesco durante la Messa a Santa Marta. Il Pontefice è stato chiaro: “Non si capisce un cristiano senza Chiesa”, perché – ha spiegato – il “messaggio evangelico noi lo riceviamo nella Chiesa e la nostra santità la facciamo nella Chiesa, la nostra strada nella Chiesa”.

Tutto il resto è “fantasia”, ha detto il Papa: “Il cristiano non è un battezzato che riceve il Battesimo e poi va avanti per la sua strada. Il primo frutto del Battesimo è farti appartenere alla Chiesa, al popolo di Dio”. Esiste dunque un “sensus ecclesiae” che si traduce proprio nel “sentire, pensare, volere, dentro la Chiesa”. Ne è esempio il re Davide, presentato dalle letture del giorno come un uomo che parla col Signore come un figlio parla con il padre, accettandone “con gioia” la volontà anche quando riceve un “no” alle sue richieste.

Questo “sentimento forte di appartenenza al popolo di Dio” di Davide, ha osservato Bergoglio, deve far sorgere qualche interrogativo in noi cristiani di oggi su quale sia il nostro senso di appartenenza alla Chiesa. Per rispondere al quesito, bisogna valutare tre criteri: l’umiltà, la fedeltà e la preghiera per la Chiesa; ovvero i “tre pilastri di questo sentire con la Chiesa”.

L’umiltà, ha spiegato il Pontefice, viene dalla consapevolezza di essere “inseriti in una comunità come una grazia grande”. “Una persona che non è umile, non può sentire con la Chiesa, sentirà quello che a lei piace”. Sempre Davide, ha notato il Papa, è emblema di questa umiltà quando domanda “Chi sono io, Signore Dio, e che cosa è la mia casa?”, cosciente “che la storia di salvezza non è incominciata con me e non finirà quando io muoio”.

È tutta una storia di salvezza, ha rimarcato infatti il Santo Padre: “Io vengo, il Signore ti prende, ti fa andare avanti e poi ti chiama e la storia continua. La storia della Chiesa incominciò prima di noi e continuerà dopo di noi”. Umiltà è dunque avere la consapevolezza che “siamo una piccola parte di un grande popolo, che va sulla strada del Signore”.

Il secondo pilastro è la fedeltà, “che va collegata all’ubbidienza”, ha affermato Francesco. Quindi: “fedeltà alla Chiesa; fedeltà al suo insegnamento; fedeltà al Credo; fedeltà alla dottrina, custodire questa dottrina”. In tal senso, è efficace l’insegnamento di Paolo VI, il quale ricordava che “noi riceviamo il messaggio del Vangelo come un dono e dobbiamo trasmetterlo come un dono, ma non come una cosa nostra: è un dono ricevuto che diamo”. In questa trasmissione, ha aggiunto Francesco, bisogna “essere fedeli”, perché “noi abbiamo ricevuto e dobbiamo dare un Vangelo che non è nostro, che è di Gesù”, e dunque “non dobbiamo diventare padroni del Vangelo, padroni della dottrina ricevuta, per utilizzarla a nostro piacere”.

Infine, terzo pilastro è “pregare per la Chiesa”, un servizio più che un requisito, ha precisato il Papa. “Come va la nostra preghiera per la Chiesa? – ha domandato – preghiamo per la Chiesa? Nella Messa tutti i giorni, ma a casa nostra, no? Quando facciamo le nostre preghiere?”. È fondamentale “pregare per tutta la Chiesa, in tutte le parti del mondo”. Per questo, oggi – ha concluso – chiediamo al Signore che “ci aiuti ad andare su questa strada per approfondire la nostra appartenenza alla Chiesa e il nostro sentire con la Chiesa”.

 

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 19 Dicembre 2013

L’umiltà è necessaria per la fecondità. Se si è superbi, si è sterili
A Santa Marta, Francesco ricorda le donne sterili della Bibbia a cui Dio fa il dono della vita, e ricorda che il Signore è l’unico che dall’aridità può far crescere frutti    Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 19 Dicembre 2013 (Zenit.org) – Per Papa Francesco non ci sono vie di mezzo: o si è umili e, quindi, fecondi; oppure superbi e, dunque, sterili. Il Pontefice, durante l’omelia di stamane a Santa Marta, è stato rigoroso: “L’umiltà è necessaria per la fecondità”. È attraverso questa virtù, infatti, che Dio interviene nella nostra vita e può abbattere quella sterilità, dettata dalla superbia, che rende vana ogni parola o azione.

Il Papa per la sua riflessione si è agganciato alle Letture del giorno e ha osservato che tante volte, nella Bibbia, si trovano storie di donne sterili alle quali il Signore fa il dono della vita. In particolare, il Vangelo odierno narra di Elisabetta che, anziana e sterile, partorisce un figlio, Giovanni. O anche Noemi che, come tante altre donne della Scrittura che “non avevano speranza di vita”, alla fine ha avuto un nipote. “Dall’impossibilità di dare vita viene la vita”, ha sottolineato il Papa, perché “il Signore interviene nella vita di queste donne per dirci:Io sono capace di dare vita”.

Anche nei Profeti, ha constatato il Santo Padre, “c’è l’immagine del deserto, la terra deserta incapace di far crescere un albero, un frutto, di far germogliare qualcosa”. Gli stessi Profeti però affermano: “Il deserto sarà come una foresta sarà grande, fiorirà”. “Ma il deserto può fiorire? – ha domandato il Pontefice – La donna sterile può dare vita?”. Ad entrambi i quesiti la risposta è “sì”, perché, ha spiegato il Papa, è forte “quella promessa del Signore: Io posso! Io posso dalla secchezza far crescere la vita, la salvezza! Io posso dall’aridità far crescere i frutti!”.

Noi tutto questo non possiamo farlo da soli, ha ammonito Bergoglio; è solo “l’intervento di Dio che ci fa fecondi, che ci dà la capacità di dare vita”. Tuttavia, sono tanti ancora quelli che fanno “la prova di pensare alla nostra capacità di salvarci”. “Anche i cristiani, eh!”, ha detto Francesco, “pensiamo ai pelagiani, per esempio”.

Invece ci sono solo due cose da fare: “Primo – ha rimarcato il Papa – riconoscere la nostra secchezza, la nostra incapacità di dare vita. Secondo, chiedere: Signore, io voglio essere fecondo. Io voglio che la mia vita dia vita, che la mia fede sia feconda e vada avanti e possa darla agli altri. Signore, io sono sterile, io non posso, Tu puoi. Io sono un deserto: io non posso, Tu puoi”. Una vera e propria preghiera, questa, che possiamo rivolgere a Dio nel tempo di preparazione al Natale.

Francesco si è poi soffermato su un’altra figura femminile della Bibbia: Micol, figlia di Saul, la quale – ha detto – “non era sterile, ma era superba, e non capiva cosa fosse lodare Dio”, anzi “rideva della lode”. Tanto che alla fine viene “punita con la sterilità”. Dall’esempio della donna, Bergoglio ha quindi riflettuto: “Pensiamo a come i superbi, quelli che credono che possono fare tutto da sé, sono colpiti”. “Quante persone – ha proseguito – credono di essere giuste, come quella, e alla fine sono poveracce”.

“L’umiltà è necessaria per la fecondità”, ha ribadito pertanto il Pontefice. L’umiltà di dire al Signore: “Signore, sono sterile, sono un deserto”. L’umiltà di “ripetere in questi giorni quelle belle antifone che la Chiesa ci fa pregare: O figlio di David, o Adonai, o Sapienza, o radice di Jesse, o Emmanuel, vieni a darci vita, vieni a salvarci, perché Tu solo puoi, io solo non posso”. In questo atteggiamento di umiltà “del deserto”, “di anima sterile” – ha concluso il Papa – possiamo chiedere e “ricevere la grazia di fiorire, di dare frutto e di dare vita”.

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26 Novembre 2013

“Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo”
Nella Messa a Santa Marta, Papa Francesco avverte i cristiani a non cedere all’inganno di credersi padroni del tempo, perché l’unico sovrano del tempo è il Signore  –  Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 26 Novembre 2013 (Zenit.org) – Mentre il mondo, oggi, era assorbito dalle straordinarie 224 pagine della Evangelii Gaudium, la sua prima Esortazione apostolica, Papa Francesco ha continuato a fare il suo “lavoro” e celebrare con poche persone scelte la Messa mattutina nella Cappellina della Domus Sanctae Marthae. Centro della riflessione del Santo Padre di oggi è stato il tempo e la relazione che l’uomo, anzi il cristiano, intrattiene con esso.

“Il cristiano sa vivere nel suo tempo” ha detto il Pontefice. Soprattutto, ha aggiunto, egli può credersi anche “sovrano del momento”, ma sa benissimo che “solo Cristo è padrone del tempo”. Sono due pertanto, secondo il Papa, le virtù utili a relazionarsi al tempo, sia presente che futuro: il discernimento e la speranza.  Il primo, ha spiegato il Pontefice, serve a comprendere ogni singolo momento della vita ed individuare, illuminati dalla preghiera, la strada da intraprendere nel presente. La speranza, invece, è una virtù che “deve essere data, regalata dal Signore”, e per questo grazie ad essa possiamo guardare alla fine dei tempi. 

“Preghiera e discernimento per il momento; speranza per il tempo” è dunque il ‘motto’ del Pontefice. Ciò rimarca ancor più la differenza tra il “vivere nel momento” e “vivere nel tempo”. Cristo stesso, nel Vangelo di oggi, – ha osservato il Santo Padre – evidenzia questa distinzione annunciando ai fedeli nel Tempio cosa dovrà accadere prima della fine dell’umanità. Gesù parla di guerre, rivoluzioni, pestilenze, carestie, ma afferma: “Non vi terrorizzate, perché prima devono avvenire queste cose, ma non è subito la fine”.

Quindi anche l’evento più terrificante non potrà scalfire la speranza di chi crede in Dio, ha detto il Santo Padre. Il cristiano, ha soggiunto, “è un uomo o una donna che sa vivere nel momento e che sa vivere nel tempo”. Ma attenzione a confondere il momento con il tempo, perché il momento – ha evidenziato Bergoglio – “è quello che noi abbiamo in mano adesso: ma questo non è il tempo, questo passa!”. “Forse – ha detto – noi possiamo sentirci padroni del momento, ma l’inganno è crederci padroni del tempo: il tempo non è nostro, il tempo è di Dio! Il momento è nelle nostre mani e anche nella nostra libertà di come prenderlo. Noi possiamo diventare sovrani del momento, ma del tempo soltanto c’è un sovrano, un solo Signore, Gesù Cristo”.

Pertanto, ha ammonito Papa Francesco, il cristiano non deve lasciarsi “ingannare nel momento”, ma viverlo in preghiera e con discernimento. Al contrario, per guardare il tempo non si può avere “nessuna virtù umana”, ma solo la speranza che è dono di Dio. Così – ha concluso Francesco – “il cristiano sa aspettare il Signore in ogni momento, ma spera nel Signore alla fine dei tempi”. La grazia da chiedere oggi è quindi “di camminare con la saggezza, che anche è un dono di Lui” ha detto il Papa, ovvero “la saggezza che nel momento ci porti a pregare e discernere. E nel tempo, che è il messaggero di Dio, ci faccia vivere con speranza”.

 

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20 Novembre 2013

Tutti peccatori bisognosi del perdono di Dio. Anche il Papa che si confessa ogni 15 giorni…

Nell’Udienza generale, Francesco ricorda che la Chiesa è serva del ministero della misericordia e invita i sacerdoti a non “maltrattare” i fedeli in confessione. Prega poi per le vittime dell’alluvione in Sardegna

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 20 Novembre 2013 (Zenit.org) – Sacerdoti, vescovi o addirittura Papi, una cosa accomuna tutti: essere peccatori bisognosi del perdono di Dio che si può sperimentare solo nel Sacramento della Riconciliazione. Francesco nell’Udienza generale di oggi torna a ribadire uno dei suoi concetti più cari: l’infinita misericordia di Dio che non si stanca mai di offrirci quel perdono che, come cristiani, necessitiamo costantemente. Anche il Papa, il Capo della Chiesa universale, ha bisogno di ricevere questo abbraccio riconciliante di Dio. Infatti – ammette Francesco – “anche il Papa si confessa ogni quindici giorni, perché il Papa anche è un peccatore!”.

All’Udienza di oggi sono quasi 50 mila i fedeli presenti in San Pietro, incuranti del tempo che minaccia un diluvio, ma che invece si riduce a qualche leggera goccia di pioggia. Il Papa compie il suo solito giro in jeep, acclamato e fotografato come una superstar dai pellegrini che lo rincorrono tra i settori della piazza. L’immagine più significativa? Oggi è più di una. Francesco che scende dalla vettura per andare ad abbracciare un’anziana in carrozzella. I gesti di tenerezza verso i bambini piccoli o gli infermi presenti (tra questi molti malati di fibrosi cistica). Il bacio ad un uomo dal volto tumefatto, la cui malattia gli ha lasciato una conca vuota al posto di naso, zigomi e mascella. O, infine, il fotogramma del Santo Padre che giunto sul sagrato, sotto la pioggierella, si volta e trova davanti a sè una immensa distesa di ombrelli colorati.

Nella catechesi, il Santo Padre riprende poi il filone di mercoledì scorso sulla remissione dei peccati riferita al Battesimo. Oggi però vi aggiunge un altro tema: il “potere delle chiavi”, simbolo biblico della missione che Gesù diede agli Apostoli. “Anzitutto dobbiamo ricordare che il protagonista del perdono dei peccati è lo Spirito Santo” sottolinea Bergoglio, rammentando che Cristo Risorto, nel cenacolo, soffiò sugli Apostoli e disse: «Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi». “Gesù, trasfigurato nel suo corpo – commenta il Papa – ormai è l’uomo nuovo, che offre i doni pasquali frutto della sua morte e risurrezione: la pace, la gioia, il perdono dei peccati, la missione”, ma soprattutto lo Spirito Santo “che di tutto questo è la sorgente”.

Il soffio di Gesù, prosegue il Santo Padre, trasmette “la vita nuova rigenerata dal perdono”. Il Messia, però, compie prima un altro gesto: “Mostra le sue piaghe, nelle mani e nel costato”. Mostra cioè quelle “ferite” che “rappresentano il prezzo della nostra salvezza”. È “passando attraverso” le piaghe di Cristo che lo Spirito Santo porta il perdono di Dio, dice il Papa. E da lì, questo potere passa agli Apostoli.

Per questo, rimarca il Pontefice, si dice che la Chiesa sia “depositaria del potere delle chiavi”. Depositaria e non “padrona”, precisa Francesco, nel senso che la Chiesa “è serva del ministero della misericordia e si rallegra tutte le volte che può offrire questo dono divino”. In questo modo, aggiunge, “Gesù ci chiama a vivere la riconciliazione anche nella dimensione ecclesiale, comunitaria”. La Chiesa, quindi, “che è santa e insieme bisognosa di penitenza”, “accompagna il nostro cammino di conversione per tutta la vita”.

Non tutti, però, capiscono oggi questa “dimensione ecclesiale del perdono” – osserva il Successore di Pietro – perché accecati dall’“individualismo” e dal “soggettivismo” che contagia gli stessi cristiani. È vero: il perdono di Dio ad ogni peccatore pentito avviene in una dimensione intima e personale, “ma il cristiano – precisa il Santo Padre – è legato a Cristo, e Cristo è unito alla Chiesa”. Dunque per i cristiani c’è “un dono in più” che allo stesso tempo è “un impegno in più”, passare cioè “umilmente attraverso il ministero ecclesiale”.

In tal senso, il sacerdote diventa “strumento per il perdono dei peccati”. Il prete confessore che, come tutti, “è un uomo che ha bisogno di misericordia”, diventa realmente uno “strumento di misericordia” che ci dona “l’amore senza limiti di Dio Padre”. È dunque priva di fondamenta la teoria di coloro che evitano il Sacramento della Riconciliazione perché si confessano “direttamente con Dio”. “Dio ti ascolta sempre” dice il Pontefice, ma è lì nel confessionale che “manda un fratello a portarti il perdono a nome della Chiesa”. Per questo anche il Papa ha bisogno di confessarsi frequentemente. Il confessore – “confessa” Bergoglio – “sente le cose che io gli dico, mi consiglia e mi perdona, perché tutti abbiamo bisogno di questo perdono”.

D’altro canto, il sacerdote si trova a dover perdonare i peccati, a svolgere cioè un “servizio” come “ministro da parte di Dio”. Un compito estremamente “delicato” – osserva il Papa – che “esige che il suo cuore sia in pace, che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso; che sappia seminare speranza nei cuori”. Soprattutto, prosegue, egli deve essere “consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse”. Se dunque un sacerdote non ha “questa disposizione di spirito” – dice il Papa – “è meglio che finché non si corregga, non amministri questo Sacramento”. Perché “i fedeli penitenti hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio”.

 

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27 Ottobre 2013

Pregare in famiglia “è facile” e “dà molta forza”
Papa Francesco esorta le famiglie ad essere missionarie e a vivere la fede con gioia

Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 27 Ottobre 2013 (Zenit.org) – La famiglia prega, custodisce la fede e vive la gioia. Lo ha detto papa Francesco in occasione della Santa Messa per la Giornata della Famiglia, uno degli ultimi eventi in calendario per l’Anno della Fede.Davanti a oltre 100mila pellegrini accorsi in piazza San Pietro, il Pontefice ha preso in analisi il Vangelo del giorno (Lc 18,9-14), sottolineando innanzitutto che, anche in famiglia, l’esempio da seguire è quello del pubblicano e non quello del fariseo.La nostra preghiera deve dunque essere “umile, sobria, pervasa dalla consapevolezza della propria indegnità, delle proprie miserie”, riconoscendoci bisognosi del “perdono” e della “misericordia” di Dio.Quando si prega in famiglia, ha proseguito il Papa, “ci vuole semplicità”: recitare il Padre Nostro quando si è seduti a tavola “non è una cosa straordinaria”, anzi “è facile”. Anche pregare il Rosario in famiglia “è molto bello” e “dà molta forza”.Ogni membro della famiglia, poi, deve pregare per gli altri: “il marito per la moglie, la moglie per il marito, ambedue per i figli, i figli per i genitori, per i nonni”, ha aggiunto il Santo Padre.Sul secondo punto dell’omelia, relativo alla custodia della fede, papa Francesco ha citato San Paolo (cfr. 2Tm 4,7) che seppe conservare la fede non nascondendola “sottoterra, come quel servo un po’ pigro”, né limitandosi a “difenderla” ma “l’ha annunciata, irradiata, l’ha portata lontano”.San Paolo volle portare il Vangelo tra i pagani e per farlo dovette opporsi “a quanti volevano conservare, ‘imbalsamare’ il messaggio di Cristo nei confini della Palestina”.L’Apostolo delle Genti è l’esempio di un cristiano delle origini che “senza paura” ha portato il messaggio di Cristo in “territori ostili”: così come Paolo aveva ricevuto la fede, la volle donare e lo fece “spingendosi nelle periferie, senza arroccarsi su posizioni difensive”.Prendendo esempio da San Paolo, le famiglie cristiane di oggi non devono tenere la fede per sé come fosse un “bene privato” o un “conto in banca” ma “condividerla con la testimonianza, con l’accoglienza, con l’apertura agli altri”.Se è vero, poi, che molte famiglie, specie le più giovani sono spesso “di corsa” e “molto affaccendate”, il Pontefice ha invitato a includere in questo dinamismo la “corsa della fede”.Facendo riferimento ad alcune delle testimonianze ascoltate ieri in piazza San Pietro, Francesco ha poi ribadito che le “famiglie cristiane”, in quanto tali sono “famiglie missionarie” anche “nella vita di ogni giorno, facendo le cose di tutti i giorni, mettendo in tutto il sale e il lievito della fede”.In merito all’ultimo punto, il Santo Padre ha sottolineato che la “gioia vera” che si vive in famiglia non è “qualcosa di superficiale”, né viene dalle “circostanze favorevoli” ma scaturisce “da un’armonia profonda tra le persone, che tutti sentono nel cuore, e che ci fa sentire la bellezza di essere insieme, di sostenerci a vicenda nel cammino della vita”.

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19 Settembre 2013

“Trovate la strada per ridere di voi stessi, e rimanete con il vostro gregge!”
Papa Francesco riceve in udienza i nuovi Vescovi e li invita a prendere “l’odore del gregge”, a “ricevere i sacerdoti”, a non assumere la “psicologia da principi” e non diventare “vescovi di aeroporto”

Di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, 19 Settembre 2013 (Zenit.org) – “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri, secondo Dio, non per vile interesse, ma di buon animo; non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5,2). “Queste parole di san Pietro siano scolpite nel cuore!”Con queste parole papa Francesco alle ore 12.00 di questa mattina, nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano, ha ricevuto in Udienza i Vescovi di recente nomina partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per i Vescovi e dalla Congregazione per le Chiese Orientali.Ha quindi aggiunto il passo di Giovanni “Siamo chiamati e costituiti Pastori, non Pastori da noi stessi, ma dal Signore e non per servire noi stessi, ma il gregge che ci è stato affidato, servirlo fino a dare la vita come Cristo, il Buon Pastore” (cfr Gv 10,11).Ha quindi spiegato che pascere significa avere “abituale e quotidiana cura del gregge” (Conc. Ecum Vat. II, Lumen gentium, 27), “accogliere con magnanimità, camminare con il gregge, rimanere con il gregge”.Secondo il Pontefice tre sono le parole su cui i nuovi Vescovi devono riflettere: “Accogliere, camminare, rimanere”.Ha poi precisato che accogliere con magnanimità significa che tutti coloro che busseranno alla vostra porta la trovino “aperta” così che “attraverso la vostra bontà, la vostra disponibilità, sperimenteranno la paternità di Dio e capiranno come la Chiesa sia una buona madre che sempre accoglie e ama”.Camminare con il gregge, – ha aggiunto – significa “mettersi in cammino con i propri fedeli e con tutti coloro che si rivolgeranno a voi, condividendone gioie e speranze, difficoltà e sofferenze, come fratelli e amici, ma ancora di più come padri, che sono capaci di ascoltare, comprendere, aiutare, orientare”.A questo proposito ha invitato a rispondere e ricevere i sacerdoti che sono “il primo prossimo del Vescovo” indispensabili collaboratori di cui “prendersi cura come padri, fratelli e amici”.In tale contesto ha raccontato che, “non so se è vero”, ma tanti preti gli hanno raccontato che hanno chiamato il Vescovo e il segretario ha risposto che non aveva tempo per riceverli. Così per mesi.Papa Francesco ha spiegato ai Vescovi che in questo caso è un comportamento non da padre, ma di un capoufficio, e li ha invitati a rispondere lo stesso giorno, o almeno il giorno seguente per fissare l’incontro.Il Pontefice ha sottolineato l’importanza del pastore nel gregge, cioè la presenza nella diocesi che “non è secondaria è indispensabile”.“La presenza! – ha sostenuto – La chiede il popolo stesso, che vuole vedere il proprio Vescovo camminare con lui, essere vicino a lui. Ne ha bisogno per vivere e per respirare! Non chiudetevi!”“Scendete in mezzo ai vostri fedeli, – ha ribadito – anche nelle periferie delle vostre diocesi e in tutte quelle ‘periferie esistenziali’ dove c’è sofferenza, solitudine, degrado umano”.Il Vescovo di Roma ha quindi spiegato lo stile di servizio al gregge che deve essere quello “dell’umiltà, dell’austerità e dell’essenzialità”.“Per favore – ha affermato – non siate uomini con la ‘psicologia da principi’ e “state bene attenti di non cadere nello spirito del carrierismo! E’ un cancro, quello!”A questo proposito il Papa ha ribadito che “la residenza”, il “rimanere con il gregge” “senza cercare cambi o promozioni” è fondamentale.“Vi chiedo, per favore, – ha detto il Papa – di rimanere in mezzo al vostro popolo. Rimanere, rimanere… Evitate lo scandalo di essere ‘Vescovi di aeroporto’!”Il Papa ha invitato i nuovi Vescovi ad essere “Pastori accoglienti, in cammino con il vostro popolo, con affetto, con misericordia, con dolcezza del tratto e fermezza paterna, con umiltà e discrezione, capaci di guardare anche ai vostri limiti e di avere una dose di buon umorismo”.Ed ha concluso invitando a pregare per chiedere una grazia: “Signore, dammi il senso dell’umorismo. Trovare la strada di ridere di se stessi, prima, e un po’ delle cose. E rimanete con il vostro gregge!”.

11 Settembre 2013

Lettera del Papa ai non credenti

Con la lettera a Eugenio Scalfari, Papa Francesco spiega ai non credenti che la forza di Gesù “non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli”   –  Di Antonio Gaspari

CITTA’ DEL VATICANO, 11 Settembre 2013 (Zenit.org) – Papa Francesco non smette di stupire. Oggi il giornale La Repubblica ha pubblicato nelle prime quattro pagine una lettera che il Pontefice ha inviato a Eugenio Scalfari fondatore, editorialista e già direttore del quotidiano romano. Il Papa ha risposto a due editoriali di Eugenio Scalfari pubblicati il 7 luglio ed il 7 agosto, nei quali l’ex direttore de La Repubblica che si è autodefinito un “non credente che non cerca Dio” commentava l’enciclica Lumen fidei e poneva alcune domande al Papa ed alla Chiesa cattolica.Con una iniziativa insolita e inaspettata il Papa ha risposto in maniera cordiale in un tono che Scalfari ha definito “affettuosamente fraterno”.  Il Papa ha valutato in maniera molto positiva la possibilità di dialogare su “una realtà così importante come la fede, che si richiama alla predicazione e alla figura di Gesù”. Ha spiegato il Vescovo di Roma che lungo i secoli si è assistito a un paradosso: “la fede cristiana, la cui novità e incidenza sulla vita dell’uomo sin dall’inizio sono state espresse proprio attraverso il simbolo della luce, è stata spesso bollata come il buio della superstizione che si oppone alla luce della ragione”.  “Così tra la Chiesa e la cultura d’ispirazione cristiana, da una parte, e la cultura moderna d’impronta illuminista, dall’altra, si è giunti all’incomunicabilità”.  Secondo papa Francesco è giunto il momento di aprire un dialogo senza pregiudizi al fine di realizzare un serio e fecondo incontro.  A questo proposito il Papa cita il n. 34 dell’enciclica Lumen Fidei in cui è scritto : “risulta chiaro che la fede non è intransigente, ma cresce nella convivenza che rispetta l’altro. Il credente non è arrogante; al contrario, la verità lo fa umile, sapendo che, più che possederla noi, è essa che ci abbraccia e ci possiede. Lungi dall’irrigidirci, la sicurezza della fede ci mette in cammino, e rende possibile la testimonianza e il dialogo con tutti”.  Dopo aver raccontato che la fede gli è nata “dall’incontro con Gesù” ma che non sarebbe potuta avvenire senza la Chiesa, Papa Francesco ha scritto “mi trovo a mio agio nell’ascoltare le sue domande e nel cercare, insieme con Lei, le strade lungo le quali possiamo, forse, cominciare a fare un tratto di cammino insieme”.  In merito alla domanda di Scalfari secondo cui nell’enciclica manca “una sezione dedicata specificamente all’esperienza storica di Gesù di Nazareth” il Vescovo di Roma risponde spiegando che lo ‘scandalo’, la parola e la prassi di Gesù provocava attorno a lui derivano dalla sua straordinaria ‘autorità’.  In effetti Gesù chiama familiarmente Dio, con ‘Abbà’.  Predica,guarisce, chiama i discepoli a seguirlo, perdona… Tutte cose che, “nell’Antico Testamento, sono di Dio e soltanto di Dio”.  Osserva il Papa che la domanda che più volte ritorna nel Vangelo di Marco: “Chi è costui che…?”, e che riguarda l’identità di Gesù, “nasce dalla constatazione di una autorità diversa da quella del mondo, un’autorità che non è finalizzata ad esercitare un potere sugli altri, ma a servirli, a dare loro libertà e pienezza di vita”.   Il servizio agli altri di Gesù è radicale, al punto da accettare l’incomprensione, il tradimento, il rifiuto, e poi la condanna a morte e lo stato di abbandono sulla Croce.  Per Papa Francesco è proprio l’ sulla Croce che Gesù si mostra come il Figlio di Dio! “Figlio di un Dio che è amore e che vuole, con tutto se stesso, che l’uomo, ogni uomo, si scopra e viva anch’egli come suo vero figlio”.  Ha scritto il Papa: “Ha perciò ragione, egregio Dott. Scalfari, quando vede nell’incarnazione del Figlio di Dio il cardine della fede cristiana”.  “L’originalità, – ha precisato il Pontefice – sta proprio nel fatto che la fede ci fa partecipare, in Gesù, al rapporto che Egli ha con Dio che è Abbà e, in questa luce, al rapporto che Egli ha con tutti gli altri uomini, compresi i nemici, nel segno dell’amore”.  Il Vescovo di Roma ha voluto spiegare che la figliolanza di Gesù, non è rivelata per marcare una separazione insormontabile tra i cristiani e tutti gli altri: ma per dirci che, “in Lui, tutti siamo chiamati a essere figli dell’unico Padre e fratelli tra di noi. La singolarità di Gesù è per la comunicazione, non per l’esclusione”.  In merito alla domanda di Scalfari su cosa dire ai fratelli ebrei circa la promessa fatta loro da Dio: “è essa del tutto andata a vuoto?” papa Francesco risponde che soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II, i cristiani hanno riscoperto che il popolo ebreo è tuttora, la radice santa da cui è germinato Gesù.  Il fatto che gli Ebrei abbiano mantenuto la fedeltà a Dio nonostante le terribili prove di questi secoli, è qualcosa di cui “non saremo mai sufficientemente grati, come Chiesa, ma anche come umanità”.  Nell’editoriale del 7 agosto Scalfari aveva chiesto “il Dio dei cristiani perdona chi non crede e non cerca la fede?”.   E il Papa risponde “Premesso che — ed è la cosa fondamentale — la misericordia di Dio non ha limiti se ci si rivolge a lui con cuore sincero e contrito, la questione per chi non crede in Dio sta nell’obbedire alla propria coscienza”“Il peccato, anche per chi non ha la fede, – ha aggiunto – c’è quando si va contro la coscienza. (…) E su questa decisione si gioca la bontà o la malvagità del nostro agire”.  Scalfari aveva chiesto se il pensiero secondo il quale non esiste alcun assoluto e quindi neppure una verità assoluta, ma solo una serie di verità relative e soggettive, sia un errore o un peccato. E il papa ha risposto spiegando che “la fede cristiana, è l’amore di Dio per noi in Gesù Cristo. Dunque, la verità è una relazione!”.  Papa Francesco ha precisato che ciò “non significa che la verità sia variabile e soggettiva, tutt’altro”.  “La verità – ha sostenuto – essendo in definitiva tutt’uno con l’amore, richiede l’umiltà e l’apertura per essere cercata, accolta ed espressa. Dunque, bisogna intendersi bene sui termini e, forse, per uscire dalle strettoie di una contrapposizione… assoluta, reimpostare in profondità la questione. Penso che questo sia oggi assolutamente necessario per intavolare quel dialogo sereno e costruttivo che auspicavo all’inizio di questo mio dire”.   Nell’ultima domanda Scalfari ha chiesto se con la scomparsa dell’uomo sulla terra, scomparirà anche il pensiero capace di pensare Dio.   Il Papa ha sostenuto che Dio “non è un’idea, sia pure altissima, frutto del pensiero dell’uomo. Dio è realtà con la ‘R’ maiuscola. Gesù ce lo rivela — e vive il rapporto con Lui — come un Padre di bontà e misericordia infinita”.   “Dio non dipende, dunque, dal nostro pensiero. (…) l’uomo non terminerà di esistere e, in un modo che non sappiamo, anche l’universo creato con lui.”   Il Pontefice conclude invitando Scalfari a “fare un tratto di strada insieme” rispiegando che “la Chiesa, nonostante tutte le lentezze, le infedeltà, gli errori e i peccati che può aver commesso e può ancora commettere in coloro che la compongono, non ha altro senso e fine se non quello di vivere e testimoniare Gesù”.

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18 Agosto 2013

La fede non è una cosa decorativa”
Nella catechesi dell’Angelus di oggi, il Papa spiega che “la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell’amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza”

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 18 Agosto 2013 (Zenit.org) – “Vivere la fede non è decorare la vita con un po’ di religione, come se fosse una torta e la si decora con la panna”. La fede è scegliere di porre Dio al centro della propria vita. Per questo il cristiano non può restare “neutrale”, ma deve rinunciare a tutto quello che lo allontana da Dio. In particolare, ogni forma di violenza.

Così Papa Francesco commenta il brano evangelico in cui Cristo annuncia di non essere venuto a portare la pace sulla terra, ma la divisione. È “una parola che ci mette in crisi”, osserva il Pontefice, e che pertanto “va spiegata, perché altrimenti può generare malintesi”. Il significato delle parole di Gesù, tuttavia, è più semplice di quello che si possa intuire: “Significa che la fede non è una cosa decorativa, ornamentale” spiega Bergoglio, ma “comporta scegliere Dio come criterio-base della vita”, e Dio – aggiunge – “non è vuoto, Dio non è neutro, Dio è sempre positivo, Dio è amore, e l’amore è positivo!”.

Non si può far finta di non conoscere Dio “dopo che Gesù è venuto nel mondo”, ammonisce il Papa, “come se fosse una cosa astratta, vuota, di referenza puramente nominale”. Dopo Cristo, Dio ha “un volto concreto” e “un nome”: “Dio è misericordia, Dio è fedeltà, è vita che si dona a tutti noi” sottolinea il Santo Padre.

In quest’ottica, si capisce come Gesù non “voglia dividere gli uomini tra loro”; al contrario: Egli “è la nostra pace, è la nostra riconciliazione”. Non però la “pace dei sepolcri”, afferma Francesco, quella pace “neutrale” che ha il sapore di “un compromesso a tutti i costi”. “Seguire Gesù – ribadisce – comporta rinunciare al male, all’egoismo e scegliere il bene, la verità, la giustizia, anche quando ciò richiede sacrificio e rinuncia ai propri interessi”. E questo sì, divide, osserva il Papa, “anche i legami più stretti”, perché Gesù Cristo “pone il criterio”: “vivere per se stessi, o vivere per Dio e per gli altri; farsi servire, o servire; obbedire al proprio io o obbedire a Dio”.

Bergoglio ha spiegato poi che “questa parola del Vangelo non autorizza affatto l’uso della forza per diffondere la fede”. Anzi afferma il contrario, cioè che “la vera forza del cristiano è la forza della verità e dell’amore, che comporta rinunciare ad ogni violenza”. “Fede e violenza sono incompatibili!” ha urlato il Papa per ben due volte. “Il cristiano – ha aggiunto – non è violento, ma è forte”, forte della forza “della mitezza” e “dell’amore”.

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12 Agosto 2013

“Difendere il valore della vita umana da una cultura dello scarto che la relativizza”
Il Messaggio di Papa Francesco alle “care famiglie” del Brasile in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, organizzata dalla Conferenza episcopale brasiliana
Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 12 Agosto 2013 (Zenit.org) – A circa due settimane dalla conclusione della Giornata Mondiale della Gioventù, la voce di Papa Francesco torna a risuonare in Brasile. Questa volta il Pontefice si rivolge alle “care famiglie brasiliane” in occasione della Settimana nazionale della Famiglia, che ha preso il via ieri nel paese. L’evento, promosso della Conferenza Episcopale brasiliana, è dedicato quest’anno alla “Trasmissione ed educazione delle fede cristiana nella famiglia”. Traendo spunto dal famoso documento di Aparecida, i presuli sottolineano in un comunicato che la famiglia “è uno dei tesori più importanti dell’America Latina ed è patrimonio dell’umanità intera”.

Papa Francesco nel suo Messaggio per l’evento ribadisce il concetto e aggiunge: “La vita umana deve essere sempre difesa, sin dal concepimento”. Ai genitori, il Santo Padre dona invece un incoraggiamento per la loro missione “nobile ed esigente di essere i primi collaboratori di Dio nell’orientamento fondamentale dell’esistenza e nella garanzia di un buon futuro”. Essi – prosegue – “sono chiamati a trasmettere con le parole e soprattutto con le loro opere, le verità fondamentali sulla vita e l’amore umano, che ricevono una nuova luce dalla Rivelazione di Dio”.

Ci troviamo infatti “di fronte alla cultura dello scarto”, che “relativizza il valore della vita umana”, osserva Francesco. E i genitori, pertanto, hanno il compito di “trasmettere ai loro figli la consapevolezza che essa deve essere sempre difesa, sin dal grembo materno, riconoscendovi un dono di Dio e garanzia del futuro dell’umanità”.

Il Papa esorta anche alla cura degli anziani, “specialmente dei nonni, che sono la memoria viva di un popolo e trasmettono la saggezza della vita”. Invoca, infine, Nostra Signora di Aparecida, perché interceda per le famiglie affinché diventino “convincenti testimoni della bellezza dell’amore sostenuto e alimentato dalla fede”.

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08 Luglio 2013

“Chiediamo a Dio la grazia di piangere sulla nostra indifferenza”
Durante l’omelia a Lampedusa, papa Francesco sottolinea la responsabilità di ognuno di noi di fronte alle tragedie in mare degli immigrati
Di Luca Marcolivio

LAMPEDUSA, 08 Luglio 2013 (Zenit.org) – «Adamo, dove sei?»; «Caino, dov’è tuo fratello?». Il dramma degli immigrati da una sponda all’altra del Mediterraneo sembra proprio richiamare il vulnus  del peccato originale e della fratellanza incompiuta che nasce assieme al genere umano.

Il Papa ha anche espresso un pensiero per i “cari immigrati musulmani”, ai quali ha augurato “abbondanti frutti spirituali” in occasione del digiuno del Ramadan che sta iniziando.

Le due citazioni iniziali della Genesi, quell’angoscioso “dove sei?” con cui Dio interroga prima Adamo e poi Caino, sono la domanda ad “un uomo disorientato che ha perso il suo posto nella creazione perché crede di diventare potente, di poter dominare tutto, di essere Dio”, ha spiegato Francesco.

Così facendo, errore dopo errore, l’essere umano smette di vedere nell’altro un “fratello da amare”, lo declassa a qualcuno che “disturba la mia vita” e “il mio benessere”. E alla fine il “sogno di essere potenti come Dio”, può portarlo anche a “versare il sangue del fratello”, né più né meno come Caino.

“Dov’è tuo fratello?”, ha sottolineato il Papa, è una domanda che non è rivolta a qualcuno in particolare ma “a ciascuno di noi”, in particolare di fronte alla disperazione di uomini che, in cerca di serenità, di pace, di comprensione, di accoglienza e di solidarietà, “hanno trovato la morte”.

Di fronte a tragedie come quelle lampedusane, non si possono cercare alibi: ci si può arrampicare sugli specchi e dire che la responsabilità è di altri o che, nella migliore delle ipotesi, la colpa è “di tutti e di nessuno” ma Dio alla fine ci chiederà sempre conto del sangue innocente dei nostri fratelli.

“Abbiamo perso il senso della responsabilità fraterna – ha proseguito il Pontefice – siamo caduti nell’atteggiamento ipocrita del sacerdote e del servitore dell’altare, di cui parla Gesù nella parabola del Buon Samaritano: guardiamo il fratello mezzo morto sul ciglio della strada, forse pensiamo “poverino”, e continuiamo per la nostra strada, non è compito nostro; e con questo ci sentiamo a posto”.

La cultura del benessere, alla fine, “ci rende insensibili agli altri”, ci porta alla “globalizzazione dell’indifferenza”: se qualcuno soffre “non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro!”.

Alludendo al celebre personaggio manzoniano, tale “globalizzazione dell’indifferenza”, ci rende tutti degli “innominati”, ovvero dei “responsabili senza nome e senza volto”, ha osservato papa Francesco.

Il passaggio finale dell’omelia è il più inquietante: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?”, ha domandato il Santo Padre con riferimento alle tragedie degli immigrati. “Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini?”.

Si tratta di vere e proprie ‘stragi degli innocenti’, favorite dall’indifferenza dei tanti Erode dei nostri giorni, tutti intenti a “difendere il proprio benessere”. Allora è ormai tempo di chiedere al Signore “che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore”.

Dobbiamo domandare a Dio “la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada a drammi come questo”, ha aggiunto il Pontefice.

Bisogna chiederGli perdono per la nostra indifferenza, per chi è affetto dalla “anestesia del cuore”, per chi, con le proprie “decisioni a livello mondiale”, ha creato “situazioni che conducono a questi drammi”, ha quindi concluso papa Francesco.

27 Giugno 2013

Essere cristiani senza Cristo
Nell’omelia a Santa Marta, il Papa ha invitato a non essere “cristiani a parole”, ma a fondare la vita sulla “roccia” che è Gesù Cristo, l’unico capace di dare la sicurezza

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 27 Giugno 2013 (Zenit.org) – “Nella storia della Chiesa ci sono state due classi di cristiani: i cristiani di parole – quelli Signore, Signore, Signore – e i cristiani di azione, in verità”. È partito da questa netta distinzione Papa Francesco per sviluppare la sua riflessione nella Messa a Santa Marta di oggi, concelebrata con il cardinale arcivescovo di Aparecida, Raimundo Damasceno Assis, insieme ad altri vescovi.

Come ogni mattina, il Santo Padre ha tracciato alcune pennellate per definire meglio il volto del vero cristiano. Purtroppo, ha detto oggi, non esiste una sola tipologia di cristiani, ma anzi i cristiani possono avere diverse facce. Ci sono quelli “superficiali”, quelli troppo “rigidi” e di conseguenza troppo “tristi”, quelli “allegri” ma che non godono della vera gioia di Cristo, o, ancora peggio, quelli che “si mascherano da cristiani”. Comune denominatore di tutti è il non fondarsi sulla “roccia” della Parola di Cristo – come riportava il Vangelo odierno di Matteo – ma seguire “un cristianesimo a parole, un cristianesimo senza Gesù, un cristianesimo senza Cristo” ha osservato il Papa.

Nei secoli della Chiesa, “c’è sempre stata la tentazione di vivere il nostro cristianesimo fuori della roccia che è Cristo” ha aggiunto. Spesso si dimentica che Gesù è “l’unico che ci dà la libertà per dire ‘Padre’ a Dio”, è l’unico che “ci sostiene nei momenti difficili” e ci protegge quando “cade la pioggia, straripano i fiumi, soffiano i venti” nella nostra vita. Perché quando si è fondati sulla “roccia” – ha sottolineato Bergoglio – c’è la “sicurezza”, le parole invece “volano, non servono”.

“Essere cristiani senza Cristo” è un qualcosa che “è accaduto e accade oggi nella Chiesa” ha soggiunto. In particolare, ha letto, si possono individuare attualmente due categorie. Il cristiano “gnostico”, colui che “invece di amare la roccia, ama le parole belle” e vive un “cristianesimo liquido”, credendo sì in Cristo, ma non che sia “quello che ti dà fondamento”. E poi il cristiano “pelagiano”, che si caratterizza per uno stile di vita ‘inamidato’. Quelli come lui – ha detto il Papa – credono che “la vita cristiana si debbaprendere tanto sul serio che finiscono per confondere solidità, fermezza, con rigidità”  e pensano che “per essere cristiano sianecessario mettersi in lutto, sempre”.

“Ce ne sono tanti”  di cristiani così, ha detto il Santo Padre. Ma è sbagliato anche definirli cristiani, perché sono solo ‘maschere’: “Non sanno – ha ribadito – cosa sia il Signore, non sanno cosa sia la roccia, non hanno la libertà dei cristiani. E, per dirlo un po’ semplicemente, non hanno gioia”. Tra gli ‘allegri’ solo all’apparenza, e quelli perennemente a lutto, questi credenti “non sanno cosa sia la gioia cristiana, non sanno godere la vita che Gesù ci dà, perché non sanno parlare con Gesù. Non si sentono su Gesù, con quella fermezza che dà la presenza di Gesù” ha constatato Bergoglio.

E non solo non hanno gioia, ha aggiunto, non hanno neanche libertà: “Questi sono schiavi della superficialità, di questa vita diffusa, e questi sono schiavi della rigidità, non sono liberi. Nella loro vita lo Spirito Santo non trova posto. È lo Spirito che ci dà la libertà!”. Il Signore, quindi, ha concluso il Pontefice, “oggi ci invita a costruire la nostra vita cristiana su Lui, la roccia, quello che ci dà la libertà, quello che ci invia lo Spirito, quello che ti fa andare avanti con la gioia, nel suo cammino, nelle sue proposte”.

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 19 Giugno 2013

Parola d’ordine: agire
Così Papa Francesco, al grido di “Coraggio e pazienza” ha invitato i fedeli a darsi da fare nell’aiutare chiunque si trovi in difficoltà

Di Emilia Richiello

CITTA’ DEL VATICANO, 19 Giugno 2013 (Zenit.org) – Città del Vaticano, lunedì 17 giugno 2013. Ore 19.20. L’aula Nervi è piena. È multicolore. Gente da ogni parte del mondo, grandi e bambini. 10mila persone si preparano a sentire il discorso del Papa, in occasione del Convegno della Diocesi di Roma.

Un successo clamoroso ancor prima di cominciare. Tutti entusiasti. Anche chi è rimasto fuori. Sentono la vicinanza di un Papa diverso. Un papa che non si perde in chiacchiere. È veloce, incisivo. In soli 40 minuti di discorso insegna e diverte. Le telecamere inquadrano persone che sorridono. Nessuno è annoiato.

“I cristiani devono essere rivoluzionari”, afferma istintivamente il Papa. Non dobbiamo stare seduti a pregare, a lamentarci o a sperare in un aiuto dal cielo. Dobbiamo agire. Andare nelle periferie. Non abbatterci, anche se è facile. Coraggio è la parola chiave, afferma il Pontefice. Senza coraggio non andiamo da nessuna parte. Dobbiamo essere pratici. Dobbiamo testimoniare. Le parole senza i fatti non sono nulla. Bisogna essere pazienti.

“Non capisco le comunità chiuse”, afferma sorridendo. “Quando una comunità è chiusa, […] è una comunità sterile. Non è feconda”. In poche parole è inutile. In primis Bergoglio denuncia apertamente quella parte di cattolici che non contribuiscono alla diffusione del Vangelo. E per Vangelo si intendano non solo le sacre scritture, bensì un vero e proprio contributo pratico.

In questo momento ciò che serve è andare nelle periferie e aiutare chi ne ha bisogno. Soprattutto i giovani in difficoltà. A questo punto Bergoglio non può che fare una profonda riflessione sulla società di oggi. Sempre più adolescenti sono senza speranza. Si parla di suicidi, depressioni. Ed è proprio questo il compito del cristianesimo oggi. Ridare Speranza, ridare la Vita con V maiuscola.

“Non è impresa facile” ma è il nostro compito, è il nostro dovere. Del resto “non siamo pettinatori di pecorelle, siamo pastori”: è questa la differenza. Siamo una rivoluzione, l’unica che ha cambiato il cuore degli uomini, continua sorridendo Papa Francesco.

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13 Giugno 2013

Papa Francesco mette in guardia dalla maldicenza
Durante l’omelia a Santa Marta, il Pontefice sottolinea il precetto evangelico del “non giudicare” ed esorta a seguire la “Legge della mitezza”
Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 13 Giugno 2013 (Zenit.org) – Non giudicare, né denigrare mai gli altri. Questo principio evangelico è stato sottolineato da papa Francesco durante la messa mattutina nella cappella di Santa Marta.

Nel Vangelo di oggi (cfr. Mt 5,20-26), Gesù esorta i discepoli affinché la loro giustizia sia “superiore a quella dei farisei” e ricorda di non essere venuto per dissolvere la legge ma per darle compimento. Realizza, quindi, una “riforma senza rottura” ma “nella continuità: dal seme fino ad arrivare al frutto”.

Chi “entra nella vita cristiana”, ha proseguito il Papa, non gode di “vantaggi” rispetto agli altri, ma, piuttosto, ha “esigenze superiori a quelle degli altri”. Ad esempio, se un cristiano parla male di un suo fratello “merita l’inferno” e si deve “convertire”, deve “cambiare”.

Un “insulto”, una “arrabbiatura” verso un fratello è “qualcosa che si dà nella linea della morte”, ha commentato il Pontefice. Specie nel mondo latino, c’è una “creatività meravigliosa” nell’inventare epiteti e ciò è gradevole e ammissibile finché si tratta di epiteti “amichevoli”. Il problema nasce quando abbiamo a che fare con vere e proprie forme di “denigrazione dell’altro”.

Quando una persona denigra un’altra “non c’è bisogno di andare dallo psicologo”, per comprendere che tale persona “non può crescere e ha bisogno che l’altro sia abbassato, per sentirsi un qualcuno”. Gesù, invece, ha detto: “Non parlate male l’uno dell’altro. Non denigratevi. Non squalificatevi”, ha ricordato il Papa.

Tutti quanti, infatti, “stiamo camminando sulla stessa strada”, quella strada che “ci porterà alla fine”. E se questa strada non è “fraterna”, rischia di finire male per tutti: per “quello che insulta” e per “l’insultato”.

Se un uomo non è “capace di dominare la lingua, si perde” e “l’aggressività naturale” che Caino dimostrò verso Abele “si ripete nell’arco della storia”, ha aggiunto il Santo Padre. Tuttavia, noi uomini “non siamo cattivi” ma, piuttosto, “deboli e peccatori”, quindi è più semplice per noi “sistemare una situazione con un insulto, con una calunnia, con una diffamazione che sistemarla con le buone”.

Il Papa ha quindi chiesto al Signore “che ci dia a tutti la grazia di fare attenzione maggiormente alla lingua, riguardo a quello che diciamo degli altri”: si tratta di una “piccola penitenza ma dà buoni frutti”.

È come se fossimo tutti bramosi di assaporare “il frutto di un commento delizioso contro l’altro”, tuttavia, “alla lunga quella fame fruttifica e ci fa bene”. Dobbiamo quindi adeguare la nostra vita “a questa nuova Legge, che è la Legge della mitezza, la Legge dell’amore, la Legge della pace” che ci incoraggia a ‘potare’ la nostra lingua nei commenti salaci verso gli altri o nelle esplosioni di rabbia nei loro confronti.

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11 Giugno 2013

Una Chiesa “ricca” è una Chiesa destinata a “invecchiare”
Papa Francesco esorta ad annunciare il Vangelo in uno spirito di “gratuità” e ad evitare il proselitismo
Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 11 Giugno 2013 (Zenit.org) – In occasione della messa di stamattina a Santa Marta, papa Francesco è tornato sul principio a lui caro di “Chiesa povera”. Tale concetto, ha spiegato il Pontefice durante l’omelia, è radicato in particolare nella “gratuità” dell’annuncio evangelico.

Nel Vangelo odierno (cfr. Mt 10,7-13), Gesù raccomanda ai discepoli: “Non procuratevi oro né argento né denaro nelle vostre cinture”. Ciò significa che il Regno di Dio va proclamato “con semplicità”, ha ricordato il Santo Padre.  La semplicità dell’annuncio evangelico “lascia posto al potere della Parola di Dio”, della quale gli Apostoli ebbero “fiducia”, altrimenti “forse avrebbero fatto un’altra cosa”.

Gesù, infatti, dice: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Se, al contrario, si volesse rinunciare a tale gratuità, “il Vangelo non ha efficacia”, ha sottolineato il Papa.  La predicazione, ha insistito il Pontefice, “nasce dalla gratuità, dallo stupore della salvezza che viene e quello che io ho ricevuto gratuitamente, devo darlo gratuitamente”. Del resto, ha proseguito, San Pietro non aveva certo “un conto in banca” e quando dovette pagare le tasse, “il Signore lo ha mandato in mare a pescare”.

Anche Filippo, quando incontrò il ‘ministro dell’economia’ della Regina Candace (cfr. At 8,26-40), non pensò a dar vita a “un’organizzazione per sostenere il Vangelo”, ma semplicemente lo ha annunziato con il battesimo.  Il Regno di Dio “è un dono gratuito”, ha detto ancora il Papa. Eppure questo principio, sin dalle origini del cristianesimo, è sempre stato “soggetto a tentazione”: si tende, cioè, a fare spesso “proselitismo”, quando, in realtà, la Chiesa cresce soltanto grazie “all’attrazione”, alla testimonianza e all’annuncio della “gratuità della salvezza”.  Quali sono, tuttavia, i segni di tale gratuità? Il Santo Padre ha indicato in primo luogo la “povertà”: chi testimonia il Vangelo deve dire: “non ho ricchezze, la mia ricchezza è soltanto il dono che ho ricevuto, Dio”. È questa “povertà” che “ci salva dal diventare organizzatori, imprenditori”.

Anche quando si devono portare avanti opere della Chiesa che appaiono “complesse”, ciò va fatto “con cuore di povertà, non cuore di investimento o di un imprenditore”, ha detto papa Francesco, ribadendo ancora una volta che “la Chiesa non è una ong” ma qualcosa di “più importante”, che nasce da questa gratuità “ricevuta e annunziata”.  L’altro segno di gratuità, ha proseguito Francesco, è la “capacità di lode” che il cristiano può perdere se non vive nello spirito della gratuità. Lodare il Signore, quindi, è “un’orazione gratuita”, in cui noi “non chiediamo” ma “soltanto lodiamo”.

In conclusione, ha detto il Papa, una Chiesa che diventi “ricca” o che vada a perdere la “gratuità della lode”, è una Chiesa che “invecchia” e, alla fine, muore, “non ha vita”.

La preghiera conclusiva del Pontefice è stata per il riconoscimento della gratuità, quale “dono di Dio”, e per andare “avanti nella predicazione evangelica” all’insegna di tale gratuità.

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29/05/2013

Il Papa dal volto umano: “Anche io ho i miei peccati”

Il Pontefice spiega la misericordia di Dio: “Il peccato è una offesa a Dio ma è anche una opportunità, per accorgersi che c’è un’altra cosa più bella”

Luca Romano – Mer, 29/05/2013″   Anche il Papa ha difetti, e ne ha tanti, ma il bello è che quando ci accorgiamo di essere peccatori, troviamo la misericordia di Dio, Dio che sempre perdona, è lui ci riceve nel suo amore”.

Il Pontefice, durante l’udienza generale in cui comincia un nuovo ciclo di catechesi, dedicato alla Chiesa, a partire delle affermazioni del Concilio Vaticano II, mostra ancora una volta l’umanità della Chiesa.

Dopo il suo commento papa Francesco ha spiegato la misericordia di Dio: “Alcuni dicono che il peccato è una offesa a Dio ma è anche una opportunità, una umiliazione, per accorgersi che c’è un’altra cosa più bella che è la misericordia di Dio. Pensiamo questa cosa, domandiamoci quanto amo io la chiesa, prego per lei? Mi sento parte della famiglia? Cosa faccio perché sia comunità in cui ognuno si senta compreso, senta amore di Dio?. L’amore di Dio ci chiama a vivere insieme la nostra fede come famiglia e come chiesa, chiediamo al Signore in modo particolare per l’anno della fede che la nostra chiesa e tutte le nostre comunità siano sempre più vere famiglie che portano il calore e sempre più l’amore di Dio”.

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29 Maggio 2013

Il peccato è “un’offesa a Dio” ma “la Sua misericordia è più grande”
Durante l’Udienza Generale, papa Francesco ricorda che la Chiesa è una “famiglia in cui si ama e si è amati”
Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 29 Maggio 2013 (Zenit.org) – La Chiesa: famiglia di Dio è stato il tema dell’Udienza Generale di questa mattina, con la quale papa Francesco ha inaugurato un nuovo ciclo di catechesi sul Mistero della Chiesa, prendendo spunto dalle espressioni dei testi del Concilio Vaticano II.

L’Udienza si è tenuta in piazza San Pietro, con circa 100mila pellegrini presenti, nonostante il maltempo.“Complimenti per il vostro coraggio, sotto la pioggia, bravi!”, ha commentato il Santo Padre, al suo arrivo a bordo di una jeep scoperta, a dispetto delle condizioni meteorologiche.  Il Papa ha articolato la catechesi, partendo dal Vangelo del figliol prodigo (cfr. Lc 15,11-32), da lui più volte citato in questi primi tre mesi di pontificato. “Questa parabola, come altre nel Vangelo, indica bene il disegno di Dio sull’umanità”, ha commentato.

Il progetto di Dio per l’umanità è, in primo luogo, quello di “fare di tutti noi un’unica famiglia”, in cui ognuno “si senta amato da lui” e senta “il calore di essere famiglia di Dio”.

In questo grande disegno si radica la Chiesa che “non è un’organizzazione nata da un accordo di alcune persone, ma – come ci ha ricordato tante volte il Papa Benedetto XVI – è opera di Dio, nasce proprio da questo disegno di amore che si realizza progressivamente nella storia”, ha spiegato Francesco.

La parola greca “ekklesia” significa infatti “convocazione”: una grande assemblea familiare in cui Dio convoca tutti gli uomini, spingendoli “ad uscire dall’individualismo, dalla tendenza a chiudersi in se stessi”.  Inoltre Dio chiede agli uomini di vivere “in una relazione di profonda amicizia con Lui” e non li abbandona mai, “anche quando il peccato ha rotto questa relazione con Lui, con gli altri e con il creato”.

Tutta la storia della salvezza, del resto, “è la storia di Dio che cerca l’uomo, gli offre il suo amore, lo accoglie – ha detto il Papa -. Ha chiamato Abramo ad essere padre di una moltitudine, ha scelto il popolo di Israele per stringere un’alleanza che abbracci tutte le genti, e ha inviato, nella pienezza dei tempi, il suo Figlio perché il suo disegno di amore e di salvezza si realizzi in una nuova ed eterna alleanza con l’umanità intera”.  È quello che avviene con Gesù, che “raduna intorno a sé una piccola comunità che accoglie la sua parola, lo segue, condivide il suo cammino, diventa la sua famiglia, e con questa comunità Egli prepara e costruisce la sua Chiesa”.

La Chiesa, a sua volta, “nasce dal gesto supremo di amore della Croce, dal costato aperto di Gesù da cui escono sangue ed acqua, simbolo dei Sacramenti dell’Eucaristia e del Battesimo”. La Chiesa ha, come linfa vitale, “l’amore di Dio che si concretizza nell’amare Lui e gli altri, tutti, senza distinzioni e misura”: essa è una “famiglia in cui si ama e si è amati”.  La manifestazione della Chiesa avviene con la Pentecoste, “quando il dono dello Spirito Santo riempie il cuore degli Apostoli e li spinge ad uscire e iniziare il cammino per annunciare il Vangelo, diffondere l’amore di Dio”.

Papa Francesco ha poi menzionato due diffusi luoghi comuni di oggi, ovvero gli atteggiamenti di chi afferma “Cristo sì, Chiesa no”, oppure “io credo in Dio ma non nei preti”. Invece è “proprio la Chiesa che ci porta Cristo e che ci porta a Dio”.

La Chiesa, essendo fatta di uomini, “ha anche aspetti umani” e nei suoi Pastori e fedeli, “ci sono difetti imperfezioni, peccati, anche il Papa ne ha tanti, ma il bello è che quando noi ci accorgiamo di essere peccatori, troviamo la misericordia di Dio, il quale sempre perdona”, ha detto il Santo Padre.  Il peccato è sicuramente “un’offesa a Dio”, ha aggiunto, ma è anche “un’opportunità di umiliazione per accorgersi che c’è un’altra cosa più bella: la misericordia di Dio”.  Ogni cristiano dovrebbe domandarsi: “Quanto amo io la Chiesa? Prego per lei? Mi sento parte della famiglia della Chiesa? Che cosa faccio perché sia una comunità in cui ognuno si senta accolto e compreso, senta la misericordia e l’amore di Dio che rinnova la vita?”.  Papa Francesco ha poi concluso la catechesi ricordando che “la fede è un dono e un atto che ci riguarda personalmente, ma Dio ci chiama a vivere insieme la nostra fede, come famiglia, come Chiesa”.

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05 Maggio 2013

“Evangelicità, ecclesialità, missionarietà”: le tre vie per il cammino delle Confraternite
Migliaia di ombrelli, stendardi e bandiere oggi in piazza San Pietro per la Messa di Papa Francesco con le Confraternite di tutto il mondo. Al Regina Coeli un pensiero per i bambini vittime di abusi
Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DI CASTELLO, 05 Maggio 2013 (Zenit.org) – Evangelicità, ecclesialità, missionarietà: tre punti cardine su cui le Confraternite devono basare la propria vita e il proprio operato. Così Papa Francesco si è rivolto stamane alle migliaia di membri delle diverse Confraternite, radunati per la Messa in piazza San Pietro.

Il Papa accoglie le Confraternite con bonarietà: “La Chiesa vi vuole bene! Siate una presenza attiva nella comunità come cellule vive, pietre viventi”. Nell’omelia loda il loro ‘lavoro’: “La pietà popolare, di cui voi siete un’importante manifestazione, è un tesoro che la Chiesa e che i Vescovi latinoamericani hanno definito come una spiritualità che è uno «spazio di incontro con Gesù Cristo»”. Ricorda i frutti del passato: “Nei secoli, le Confraternite sono state fucine di santità di tanta gente che ha vissuto con semplicità un rapporto intenso con il Signore”. E indica la via per il futuro: “Camminate con decisione verso la santità; non accontentatevi di una vita cristiana mediocre, ma la vostra appartenenza sia di stimolo, anzitutto per voi, ad amare di più Gesù Cristo”.

Riflettendo sulla lettura degli Atti, il Papa ricorda il primo concilio della Chiesa nascente dove “ci fu subito bisogno di discernere ciò che era essenziale per essere cristiani”, ovvero “credere in Gesù Cristo morto e risorto per i nostri peccati, e amarsi come Lui ci ha amati”. “Ma notate – sottolinea – le difficoltà furono superate non al di fuori, ma nella Chiesa”. Il discorso si sposta quindi sull’ecclesialità e il Santo Padre esorta: “Amate la Chiesa! Lasciatevi guidare da essa! Nelle parrocchie, nelle diocesi, siate un vero polmone di fede e di vita cristiana. Un’aria fresca…”.

Infine, una terza parola: la missionarietà. “Voi avete una missione specifica e importante che è quella di tenere vivo il rapporto tra la fede e le culture dei popoli a cui appartenete, e lo fate attraverso la pietà popolare” afferma il Papa. Così – spiega – il portare in processione il Crocifisso non è “un semplice atto esteriore”, ma indica “la centralità del Mistero Pasquale del Signore”. Allo stesso modo, “quando manifestate la profonda devozione per la Vergine Maria, indicate la più alta realizzazione dell’esistenza cristiana”.

La fede “che nasce dall’ascolto della Parola di Dio”, le Confraternite la manifestano “in forme che coinvolgono i sensi, gli affetti, i simboli delle diverse culture”. Così facendo – prosegue il Santo Padre – “aiutate a trasmetterla alla gente, e specialmente alle persone semplici, a coloro che nel Vangelo Gesù chiama i piccoli”. Ritornano le parole del Documento di Aparecida, e Papa Francesco dice: “Quando voi andate ai santuari, quando portare la famiglia, i vostri figli, state facendo proprio un’azione di evangelizzazione. Bisogna andare avanti così! Siate anche voi veri evangelizzatori! Le vostre iniziative siano dei ‘ponti’, delle vie per portare a Cristo, per camminare con Lui”.

“In questo spirito – ammonisce – siate sempre attenti alla carità”, specialmente “verso chi si trova in difficoltà”. Infine, un accorato invito: “Siate missionari dell’amore e della tenerezza di Dio! Siate missionari della Misericordia di Dio, che sempre ci perdona, sempre ci aspetta… Ci ama tanto!”.

Prima del Regina Cæli, Papa Francesco ha parlato ancora di Maria: “L’amore per la Madonna – ha detto – è una delle caratteristiche della pietà popolare, che chiede di essere valorizzata e ben orientata”. Per questo, il Santo Padre ha invitato a meditare sull’ultimo capitolo della Lumen gentium, “che parla proprio di Maria nel mistero di Cristo e della Chiesa”. Un saluto speciale è andato poi alle Chiese d’Oriente che seguono il Calendario Giuliano e celebrano la festa di Pasqua: “Cristo è risorto! – ha detto loro il Papa – Raccolti in preghiera intorno a Maria invochiamo da Dio il dono dello Spirito Santo, il Paraclito, perché consoli e conforti tutti i cristiani, specialmente quanti celebrano la Pasqua tra prove e sofferenze, e li guidi sulla via della riconciliazione e della pace”.

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12 Aprile 2013

“Il Signore non fa come una fata con la bacchetta magica”
CITTA’ DEL VATICANO, 12 Aprile 2013 (Zenit.org) – “Trionfalismo” e “Perseveranza”. Sono le due parole sulle quali si è concentrata l’omelia di Papa Francesco durante la Messa celebrata nella mattina di oggi, venerdì 12 aprile, presso la cappella della Domus Sanctae Marthae in Vaticano, cui hanno partecipato anche i dipendenti della Libreria Editrice Vaticana.

Commentando le letture del giorno, a iniziare dall’intervento presso il sinedrio di un fariseo di nome Gamalièle, riportato negli Atti degli Apostoli (5, 34-42), Papa Francesco ha anzitutto osservato che “Date tempo al tempo” è “un consiglio saggio anche per la nostra vita, perché il tempo è il messaggero di Dio. Dio ci salva nel tempo, non nel momento”. E ha proseguito sostenendo che “il Signore ci salva nella storia, nella storia personale di noi. Il Signore non fa come una fata con la bacchetta magica”.

Il Pontefice ha poi definito il “trionfalismo” “una grande tentazione nella vita cristiana”, dalla quale non furono immuni nemmeno gli apostoli. Ma, ha rilevato, “il trionfalismo non è del Signore”, che ha vissuto “umilmente”. “Il Signore– ha proseguito – ci insegna che nella vita non è tutto magico, che il trionfalismo non è cristiano”.

V’è invece una “grazia che dobbiamo chiedere”, ha notato quindi il Papa, che “è quella della perseveranza: perseverare nel cammino del Signore, fino alla fine, tutti i giorni”. Nel cammino si procede “con difficoltà, con lavoro, con tante gioie”. L’invocazione allora è “che il Signore ci salvi dalle fantasie trionfalistiche”.

L’omelia si è conclusa con questa frase: “Il cammino di tutti i giorni nella presenza di Dio: quella è la strada del Signore. Andiamo per quella!”.

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05 Aprile 2013

“Non i maghi, né i tarocchi: solo Gesù ci salva”
CITTA’ DEL VATICANO, 05 Aprile 2013 (Zenit.org) – Alla presenza di alcuni sediari pontifici e di un gruppo di dipendenti della Farmacia Vaticana, papa Francesco ha ribadito una delle verità fondamentali della fede cattolica: solo in Gesù Cristo c’è salvezza.

Durante la Santa Messa di questa mattina a Santa Marta, il Pontefice ha tenuto l’omelia sulle letture del giorno soffermandosi in particolare sulla prima (At 4,13-21): San Pietro, che in precedenza aveva rinnegato Gesù, trovandosi ora in carcere, si riscatta e dichiara che solo Cristo è “quel nome che ci salva”.

Il principe degli apostoli fa questa affermazione davanti ai capi giudei e ricorda come, proprio nel nome di Gesù, uno storpio era stato guarito. E lo fa “colmato di Spirito Santo”. Noi, infatti, ha ricordato il Papa, “non possiamo confessare Gesù, noi non possiamo parlare di Gesù, noi non possiamo dire qualcosa di Gesù senza lo Spirito Santo”.

In seguito il Santo Padre ha raccontato uno dei suoi ormai popolari aneddoti del suo ministero episcopale a Buenos Aires: nella curia della capitale argentina lavorava un giovane padre di famiglia, con otto figli a carico.

Si trattava di un uomo umile, privo di istruzione ma con una grande fede: prima di uscire o di compiere un atto importante, invocava sempre il nome di Gesù. “Perché dici sempre: ‘Gesù’”, gli domandò un giorno il futuro Papa. “Quando io dico ‘Gesù’ mi sento forte, mi sento di poter lavorare, e io so che Lui è al mio fianco, che Lui mi custodisce”, fu la risposta del brav’uomo.

Papa Francesco ha descritto questo suo ex dipendente come un uomo che “non ha studiato teologia” ma ha “soltanto la grazia del Battesimo e la forza dello Spirito”. La sua testimonianza “a me ha fatto tanto bene”, ha commentato il Santo Padre.

Se da un lato – ha proseguito il Pontefice – il mondo “ci offre tanti salvatori, solo il nome di Gesù è quello che salva. E se da un lato molta gente ricorre ai maghi e ai tarocchi per risolvere i propri problemi, non dobbiamo stancarci di testimoniare che Gesù “è unico” e solo da Lui arriva la salvezza.

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04 Aprile 2013

“Non dobbiamo aver paura di amare Dio”
Decimo “tweet” di papa Francesco

CITTA’ DEL VATICANO, 04 Aprile 2013 (Zenit.org) – Papa Francesco ha pubblicato oggi il suo decimo pensiero sul suo profilo Twitter.

Il testo è il seguente: Dio ci ama. Non dobbiamo aver paura di amarlo. La fede si professa con la bocca e con il cuore, con la parola e con l’amore”.

Nel frattempo i “followers” sul profilo Twitter in italiano di papa Francesco (@pontifex_it) hanno superato le 556mila unità.

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03 Aprile 2013

“Lamentarsi fa male al cuore”
Durante la messa del mattino a Santa Marta, papa Francesco esorta a non chiudersi nell’amarezza, consapevoli che il Signore non ci abbandona nemmeno quando lo sentiamo assente
Di Luca Marcolivio

CITTA’ DEL VATICANO, 03 Aprile 2013 (Zenit.org) – “Si lamentavano”. E a forza di lamentele, la loro vita che, poco tempo prima, era stata illuminata dall’incontro con Gesù Cristo, sprofondava nell’amarezza, nell’incertezza e nel rimpianto.

Durante la Santa Messa celebrata stamattina a Santa Marta per i dipendenti della Domus Sacerdotalis Romana, papa Francesco ha approfondito la vicenda dei discepoli di Emmaus, protagonisti del Vangelo di oggi (Lc 24,13-35).

Tali discepoli, particolarmente scossi dalla morte violenta del Maestro, “avevano paura” più degli altri. Non cessavano di parlare per strada della tragedia appena consumatasi, ma, non vedendo più prospettive future, si lamentavano, finendo con il chiudersi sempre più in se stessi.

“E cucinavano – per così dire – la loro vita nel succo delle loro lamentele, e andavano avanti così”, ha commentato il Santo Padre, paragonando l’atteggiamento querulo dei discepoli di Emmaus a quello di tanti uomini e cristiani di ogni tempo.

Nella difficoltà, quando “ci visita la Croce”, il rischio più immediato che corriamo è proprio quello di “chiuderci nelle lamentele”, ha osservato il Papa. E anche se il Signore è lì accanto e cammina con noi, “non lo riconosciamo”.

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 02 Aprile 2013

“A volte gli occhiali per vedere Gesù sono le lacrime”

CITTA’ DEL VATICANO, 02 Aprile 2013 (Zenit.org) – Riprendendo le sue messe a Santa Marta, celebrate per la gente comune, papa Francesco ha presieduto la funzione di stamattina alla presenza di un gruppo di agenti della gendarmeria vaticana.

Nell’omelia, il Santo Padre ha fatto riferimento al Vangelo odierno, che tratta dell’incontro di Maria Maddalena con il Risorto. Il Papa ha ricordato la precedente condizione di “donna peccatrice” della Maddalena, che si riscatta ungendo i piedi a Gesù e asciugandoli con i suoi capelli.

Maria Maddalena è l’emblema di una “donna sfruttata e anche disprezzata da quelli che si credevano giusti”, prima che Gesù perdoni i suoi molti peccati, avendo essa “molto amato”.

Il nuovo oggetto dell’amore della peccatrice pentita è proprio Cristo, alla cui morte è sgomenta e deve affrontare “il fallimento di tutte le sue speranze”. Scoppia così a piangere, come è normale per chi affronta un lutto, eppure, ha osservato il Pontefice, la Maddalena non dice: “Ho fallito su questa strada” ma si limita a versare le sue lacrime.

“A volte, nella nostra vita – ha osservato papa Francesco – gli occhiali per vedere Gesù sono le lacrime”. È proprio con il suo pianto, dunque, che Maria Maddalena trasmette questo messaggio: “Ho visto il Signore”.

Il dolore di questa donna, che ha cambiato vita grazie all’incontro personale con Gesù, è il dolore di tutti noi, nei nostri “momenti più oscuri”.

È lecito quindi, ha detto il Papa, domandarci: “Abbiamo avuto quella bontà delle lacrime che preparano gli occhi per guardare, per vedere il Signore?”.

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01 Aprile 2013

“Esprimere nella vita il sacramento che abbiamo ricevuto”
Le parole del Papa durante la preghiera del Regina Cæli
CITTA’ DEL VATICANO, 01 Aprile 2013 (Zenit.org) – Riportiamo di seguito le parole rivolte oggi in occasione della recita del “Regina Cæli” da papa Francesco ai fedeli e ai pellegrini convenuti in piazza San Pietro.

Cari fratelli e sorelle,

buon giorno e buona Pasqua a tutti voi! Vi ringrazio di essere venuti anche oggi numerosi, per condividere la gioia della Pasqua, mistero centrale della nostra fede. Che la forza della Risurrezione di Cristo possa raggiungere ogni persona – specialmente chi soffre – e tutte le situazioni più bisognose di fiducia e di speranza.

Cristo ha vinto il male in modo pieno e definitivo, ma spetta a noi, agli uomini di ogni tempo, accogliere questa vittoria nella nostra vita e nelle realtà concrete della storia e della società. Per questo mi sembra importante sottolineare quello che oggi domandiamo a Dio nella liturgia: «O Padre, che fai crescere la tua Chiesa donandole sempre nuovi figli, concedi ai tuoi fedeli di esprimere nella vita il sacramento che hanno ricevuto nella fede» (Oraz. Colletta del Lunedì dell’Ottava di Pasqua).

È vero, il Battesimo che ci fa figli di Dio, l’Eucaristia che ci unisce a Cristo, devono diventare vita, tradursi cioè in atteggiamenti, comportamenti, gesti, scelte. La grazia contenuta nei Sacramenti pasquali è un potenziale di rinnovamento enorme per l’esistenza personale, per la vita delle famiglie, per le relazioni sociali. Ma tutto passa attraverso il cuore umano: se io mi lascio raggiungere dalla grazia di Cristo risorto, se le permetto di cambiarmi in quel mio aspetto che non è buono, che può far male a me e agli altri, io permetto alla vittoria di Cristo di affermarsi nella mia vita, di allargare la sua azione benefica. Questo è il potere della grazia! Senza la grazia non possiamo nulla. Senza la grazia non possiamo nulla! E con la grazia del Battesimo e della Comunione eucaristica posso diventare strumento della misericordia di Dio, di quella bella misericordia di Dio! ………

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31 Marzo 2013

La grande gioia di Cristo Risorto nelle parole semplici di papa Francesco
Nel suo Messaggio Pasquale, il Pontefice invita ad accogliere la Buona Notizia della Resurrezione e implora la pace per il mondo

Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 31 Marzo 2013 (Zenit.org) – Il grande annuncio che ha cambiato la storia: “Cristo è risorto!”. E poi il costante pensiero per gli ultimi, il suo primo assillo, il centro del suo ministero: “Vorrei che (questo annuncio) giungesse in ogni casa, in ogni famiglia, specialmente dove c’è più sofferenza, negli ospedali, nelle carceri…”. È questo il cuore del Messaggio Pasquale che il Santo Padre Francesco ha pronunciato dalla Loggia Centrale della Basilica Vaticana prima della Benedizione Urbi et Orbi, dopo la Messa in Piazza San Pietro.

È tutto perfetto per la prima Messa di Pasqua del Successore di Benedetto XVI. E le parole, come sempre poche e chiare, sono efficaci e puntano al cuore. Proprio dove, ha affermato il Santo Padre, “Dio vuole seminare questa Buona Notizia: Gesù è risorto, c’è speranza per te, non sei più sotto il dominio del peccato, del male! Ha vinto l’amore, ha vinto la misericordia!”.

Una notizia che, come per le discepole di Gesù che andarono al sepolcro, ci pone davanti ad un interrogativo: “che senso ha per noi questo avvenimento?”. Significa – ha spiegato il Pontefice – “che l’amore di Dio è più forte del male e della stessa morte; significa che l’amore di Dio può trasformare la nostra vita, far fiorire quelle zone di deserto che ci sono nel nostro cuore”.

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 30 Marzo 2013

Non c’è peccato che Dio non possa perdonare
Nella veglia di Pasqua Papa Francesco invita a non chiudersi alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita!

CITTA’ DEL VATICANO, 30 Marzo 2013 (Zenit.org) – Alle ore 20.30 il Santo Padre Francesco ha presieduto, nella Basilica Vaticana, la solenne Veglia nella Notte Santa di Pasqua.

Pubblichiamo di seguito l’omelia che Papa Francesco ha pronunciato dopo la proclamazione del Santo Vangelo: 

Cari fratelli e sorelle!

1. Nel Vangelo di questa Notte luminosa della Veglia Pasquale incontriamo per prime le donne che si recano al sepolcro di Gesù con gli aromi per ungere il suo corpo (cfr Lc 24,1-3). Vanno per compiere un gesto di compassione, di affetto, di amore, un gesto tradizionale verso una persona cara defunta, come ne facciamo anche noi. Avevano seguito Gesù, l’avevano ascoltato, si erano sentite comprese nella loro dignità e lo avevano accompagnato fino alla fine, sul Calvario, e al momento della deposizione dalla croce. Possiamo immaginare i loro sentimenti mentre vanno alla tomba: un certa tristezza, il dolore perché Gesù le aveva lasciate, era morto, la sua vicenda era terminata. Ora si ritornava alla vita di prima. Però nelle donne continuava l’amore, ed è l’amore verso Gesù che le aveva spinte a recarsi al sepolcro. Ma a questo punto avviene qualcosa di totalmente inaspettato, di nuovo, che sconvolge il loro cuore e i loro programmi e sconvolgerà la loro vita: vedono la pietra rimossa dal sepolcro, si avvicinano, e non trovano il corpo del Signore. E’ un fatto che le lascia perplesse, dubbiose, piene di domande: “Che cosa succede?”, “Che senso ha tutto questo?” (cfr Lc24,4). Non capita forse anche a noi così quando qualcosa di veramente nuovo accade nel succedersi quotidiano dei fatti? Ci fermiamo, non comprendiamo, non sappiamo come affrontarlo. La novitàspesso ci fa paura, anche la novità che Dio ci porta, la novità che Dio ci chiede. Siamo come gli Apostoli del Vangelo: spesso preferiamo tenere le nostre sicurezze, fermarci ad una tomba, al pensiero verso un defunto, che alla fine vive solo nel ricordo della storia come i grandi personaggi del passato. Abbiamo paura delle sorprese di Dio; abbiamo paura delle sorprese di Dio! Egli ci sorprende sempre!

Fratelli e sorelle, non chiudiamoci alla novità che Dio vuole portare nella nostra vita! Siamo spesso stanchi, delusi, tristi, sentiamo il peso dei nostri peccati, pensiamo di non farcela? Non chiudiamoci in noi stessi, non perdiamo la fiducia, non rassegniamoci mai: non ci sono situazioni che Dio non possa cambiare, non c’è peccato che non possa perdonare se ci apriamo a Lui.

2. Ma torniamo al Vangelo, alle donne e facciamo un passo avanti. Trovano la tomba vuota, il corpo di Gesù non c’è, qualcosa di nuovo è avvenuto, ma tutto questo ancora non dice nulla di chiaro: suscita interrogativi, lascia perplessi, senza offrire una risposta. Ed ecco due uomini in abito sfolgorante, che dicono: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risorto» (Lc 24, 5-6). Quello che era un semplice gesto, un fatto, compiuto certo per amore – il recarsi al sepolcro – ora si trasforma in avvenimento, in un evento che cambia veramente la vita. Nulla rimane più come prima, non solo nella vita di quelle donne, ma anche nella nostra vita e nella storia dell’umanità. Gesù non è morto, è risorto, è il Vivente! Non è semplicemente tornato in vita, ma è la vita stessa, perché è il Figlio di Dio, che è il Vivente (cfr Nm 14,21-28; Dt 5,26; Gs 3,10). Gesù non è più nel passato, ma vive nel presente ed è proiettato verso il futuro, è l’«oggi» eterno di Dio. Così la novità di Dio si presenta davanti agli occhi delle donne, dei discepoli, di tutti noi: la vittoria sul peccato, sul male, sulla morte, su tutto ciò che opprime la vita e le dà un volto meno umano. E questo è un messaggio rivolto a me, a te, cara sorella e caro fratello. Quante volte abbiamo bisogno che l’Amore ci dica: perché cercate tra i morti colui che è vivo? I problemi, le preoccupazioni di tutti i giorni tendono a farci chiudere in noi stessi, nella tristezza, nell’amarezza… e lì sta la morte. Non cerchiamo lì Colui che è vivo!

Accetta allora che Gesù Risorto entri nella tua vita, accoglilo come amico, con fiducia: Lui è la vita! Se fino ad ora sei stato lontano da Lui, fa’ un piccolo passo: ti accoglierà a braccia aperte. Se sei indifferente, accetta di rischiare: non sarai deluso. Se ti sembra difficile seguirlo, non avere paura, affidati a Lui, stai sicuro che Lui ti è vicino, è con te e ti darà la pace che cerchi e la forza per vivere come Lui vuole.

3. C’è un ultimo semplice elemento che vorrei sottolineare del Vangelo di questa luminosa Veglia Pasquale. Le donne si incontrano con la novità di Dio: Gesù è risorto, è il Vivente! Ma di fronte alla tomba vuota e ai due uomini in abito sfolgorante, la loro prima reazione è di timore: «tenevano il volto chinato a terra» – nota san Luca -, non avevano il coraggio neppure di guardare. Ma quando ascoltano l’annuncio della Risurrezione, l’accolgono con fede. E i due uomini in abito sfolgorante introducono un verbo fondamentale: «Ricordatevi come vi parlò, quando era ancora in Galilea… Ed esse si ricordarono delle sue parole» (Lc 24,6.8). E’ l’invito a fare memoria dell’incontro con Gesù, delle sue parole, dei suoi gesti, della sua vita; ed è proprio questo ricordare con amore l’esperienza con il Maestro che conduce le donne a superare ogni timore e a portare l’annuncio della Risurrezione agli Apostoli e a tutti gli altri (cfr Lc 24,9). Fare memoria di quello che Dio ha fatto e fa per me, per noi, fare memoria del cammino percorso; e questo spalanca il cuore alla speranza per il futuro. Impariamo a fare memoria di quello che Dio ha fatto nella nostra vita!

In questa Notte di luce, invocando l’intercessione della Vergine Maria, che custodiva ogni avvenimento nel suo cuore (cfr Lc 2,19.51), chiediamo che il Signore ci renda partecipi della sua Risurrezione: ci apra alla sua novità che trasforma, alle sorprese di Dio; ci renda uomini e donne capaci di fare memoria di ciò che Egli opera nella nostra storia personale e in quella del mondo; ci renda capaci di sentirlo come il Vivente, vivo ed operante in mezzo a noi; ci insegni ogni giorno a non cercare tra i morti Colui che è vivo. Amen.

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29 Marzo 2013

“Camminiamo insieme sulla via della Croce, aspettando la Risurrezione di Gesù”
Le parole di Papa Francesco al termine della Via Crucis al Colosseo
ROMA, 29 Marzo 2013 (Zenit.org) – Questa sera, alle ore 21.15, il Santo Padre Francesco ha presieduto al Colosseo il pio esercizio della Via Crucis, trasmesso in mondovisione.

Al termine della Via Crucis, il Papa Francesco ha rivolto ai presenti e a quanti lo seguivano attraverso la radio e la televisione, le parole che riportiamo di seguito:

Cari fratelli e sorelle,  vi ringrazio di aver partecipato numerosi a questo momento di intensa preghiera. E ringrazio anche tutti coloro che si sono uniti a noi tramite i mezzi di comunicazione, specialmente le persone malate e anziane.

Non voglio aggiungere tante parole. In questa notte deve rimanere una sola parola, che è la Croce stessa. La Croce di Gesù è la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. A volte ci sembra che Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio. In realtà Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una Parola che è amore, misericordia, perdono. E’ anche giudizio: Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva.

Cari fratelli, la parola della Croce è anche la risposta dei cristiani al male che continua ad agire in noi e intorno a noi. I cristiani devono rispondere al male con il bene, prendendo su di sé la croce, come Gesù. Questa sera abbiamo sentito la testimonianza dei nostri fratelli del Libano: sono loro che hanno composto queste belle meditazioni e preghiere. Li ringraziamo di cuore per questo servizio e soprattutto per la testimonianza che ci danno. Lo abbiamo visto quando il Papa Benedetto è andato in Libano: abbiamo visto la bellezza e la forza della comunione dei cristiani di quella Terra e dell’amicizia di tanti fratelli musulmani e di molti altri. E’ stato un segno per il Medio Oriente e per il mondo intero: un segno di speranza.

Allora continuiamo questa Via Crucis nella vita di tutti i giorni. Camminiamo insieme sulla via della Croce, camminiamo portando nel cuore questa Parola di amore e di perdono. Camminiamo aspettando la Risurrezione di Gesù che ci ama tanto. E’ tutto amore!

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28 Marzo 2013

Il Pastore è andato a trovare le pecorelle smarrite
Papa Francesco ha lavato i piedi a dodici ragazzi detenuti nel carcere di Casal di Marmo a Roma

Di Antonio Gaspari

ROMA, 28 Marzo 2013 (Zenit.org) – Le parole del Papa, brevi, intense, dolci. I suoi gesti umili e amorevoli: inginocchiato a lavare, asciugare, baciare i piedi a dodici ragazzi, tra cui due musulmani e due ragazze, hanno toccato il cuore di tutti i presenti ed anche di quanti hanno seguito la cronaca trasmessa da Radio Vaticana.

Ha raccontato Padre Federico Lombardi che, nessuno ha retto alla commozione, quando il Papa, inginocchiato con entrambe le gambe ha lavato e rivolto uno sguardo di intenso e amorevole affetto ai giovani detenuti.

Durante la cerimonia dello scambio del segno della pace, tutti i ragazzi sono andati ad abbracciare Papa Francesco, e le ragazze erano visibilmente commosse.

Il Santo Padre si è mostrato a suo agio, come in un ambiente familiare. Al di là della provenienza geografica e religiosa, ha risposto all’abbraccio univoco dei ragazzi con estrema gioia e calore.

Leggendo uno scritto di un ragazzo, il Ministro ha affermato che il Papa “è il primo custode della loro speranza”, perché i ragazzi “sognano che la vita futura possa essere semplice e onesta”.

Il Ministro Severino ha confessato, inoltre, di aver visto tanto amore negli occhi di Papa Francesco, ed è proprio tanto amore quello di cui questi ragazzi hanno bisogno per ritornare nella società “guariti”. “Ce la possono fare – ha concluso – ce la potete fare, oggi avete avuto un grande aiuto e di questo le siamo tutti grati”

Il Pontefice ha ringraziato il Ministro, le autorità e soprattutto i giovani per l’accoglienza ricevuta. “Sono felice di stare con voi – ha ribadito -. Avanti, non lasciatevi rubare la speranza, capito? Sempre avanti con la speranza!”.

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27 Marzo 2013

Uscire da sè stessi e portare Cristo al mondo: la prima Udienza generale di Papa Francesco
Nel pieno della Settimana Santa, il Pontefice invita alla missionarietà, esortando a rompere i propri schemi e ad andare verso le “periferie dell’esistenza”
Di Salvatore Cernuzio

CITTA’ DEL VATICANO, 27 Marzo 2013 (Zenit.org) – Il senso della prima Udienza generale del mercoledì di Papa Francesco è racchiuso in una sola parola: “uscire”. Uscire da noi stessi, sempre, da una fede “stanca e abitudinaria”, per andare “verso le periferie dell’esistenza”, dai lontani, dai dimenticati, da chi è nella difficoltà. Perché “c’è tanto bisogno di portare la presenza viva di Gesù misericordioso e ricco di amore” nel mondo. E noi cristiani non dobbiamo stancarci di fare il primo passo, come Cristo ha fatto con noi.

C’è una frase, in particolare, che sintetizza la Catechesi di oggi e tante cose dette e fatte da Papa Francesco in questi 14 giorni di pontificato: “Non dobbiamo accontentarci di restare nel recinto delle novantanove pecore, dobbiamo ‘uscire’, cercare con Lui la pecorella smarrita, quella più lontana”.

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25 Marzo 2013

“Aprire il nostro cuore alla profondità della presenza di Dio”
Commento all’omelia di papa Francesco nella Messa di inizio di pontificato
Di Jan Dumon

ROMA, 25 Marzo 2013 (Zenit.org) – Ho ascoltato l’omelia della Santa Messa d’inizio del ministero di papa Francesco con profonda emozione. Egli ha evocato la figura discreta di San Giuseppe, partendo dalla sua vocazione del custodire, per allargare il nostro sguardo alle dimensioni di tutta la creazione e per aprire il nostro cuore alla profondità della presenza di Dio che ha manifestato la sua tenerezza e la sua bontà in Gesù Cristo. Evocando la vocazione di San Giuseppe attraverso il tema centrale del custodire, il papa dà la risposta alla domanda di Caino nel libro del Genesi: “Sono forse il guardiano di mio fratello?”.

E’ precisamente aprendosi alla presenza di Dio che ci chiede: cosa hai fatto di tuo fratello? che comprendiamo la nostra vocazione ad essere guardiani non solo dei nostri fratelli e sorelle ma di tutta la creazione. E le due parole che tornano nell’omelia per definire questo custodire sono: bontà e tenerezza.

Queste parole mi hanno molto toccato perché fanno eco a tanti gesti di bontà e di tenerezza, sorprendenti nella loro semplicità e spontaneità, che hanno caratterizzato la presenza di papa Francesco tra noi in questi primi giorni dalla sua elezione.

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24 Marzo 2013

“Un cristiano non può mai essere triste

CITTA’ DEL VATICANO, 24 Marzo 2013 (Zenit.org) – Un giorno di festa in un clima di gioia. Con questo spirito, stamattina papa Francesco ha inquadrato la celebrazione in piazza San Pietro della Domenica delle Palme e della Passione del Signore, la prima grande solennità liturgica del suo pontificato.

“Non siate mai uomini, donne tristi: un cristiano non può mai esserlo! Non lasciatevi prendere mai dallo scoraggiamento!”, ha detto il Santo Padre durante l’omelia, con riferimento alla gioia che accompagna l’ingresso di Gesù in Gerusalemme.

“La nostra – ha proseguito il Pontefice – non è una gioia che nasce dal possedere tante cose, ma dall’aver incontrato una Persona: Gesù, dal sapere che con Lui non siamo mai soli, anche nei momenti difficili, anche quando il cammino della vita si scontra con problemi e ostacoli che sembrano insormontabili, e ce ne sono tanti!”. A braccio, ha poi ripetuto due volte: “Non lasciate rubare la speranza!”.

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23 Marzo 2013

Comunione fraterna dei due Papi
Per la prima volta nella storia due Pontefici, Benedetto XVI e Francesco, manifestano la loro fedeltà e servizio a Dio e alla Chiesa.

CITTA’ DEL VATICANO, 23 Marzo 2013 (Zenit.org) – Non è la prima volta nella storia che la Chiesa si trova con due pontefici, ma mai c’era stata tra i due una così profonda e comune fratellanza.

Dalle immagini trasmesse dalla Ctv si vede che nella cappella il Papa emerito Benedetto XVI ha offerto il posto d’onore a Papa Francesco, ma questi, prendendolo per mano gli ha detto: “Siamo fratelli”, e ha voluto che si inginocchiassero insieme allo stesso banco.

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22 Marzo 2013

Tutti siamo chiamati a “edificare ponti” con Dio e tra gli uomini
Ricevendo il corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede, papa Francesco esorta a non guardare nell’altro un nemico ma “un fratello da abbracciare”
CITTA’ DEL VATICANO, 22 Marzo 2013 (Zenit.org) – Un ideale “abbraccio del Papa al mondo”. Con queste parole il Pontefice Francesco ha definito il suo primo incontro con il Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede.

Papa Francesco … ha proseguito il suo discorso soffermandosi sull’etimologia della parola “pontefice”, ovvero “colui che costruisce ponti, con Dio e tra gli uomini”. Allo stesso modo gli uomini devono costruire ponti tra di loro, trovando nell’altro “non un nemico, non un concorrente, ma un fratello da accogliere ed abbracciare”.

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21 Marzo 2013

Con Papa Francesco ogni giorno è una sorpresa
Lo stile ed i modi del nuovo Pontefice portano un sano “scompiglio” in Vaticano
CITTA’ DEL VATICANO, 21 Marzo 2013 (Zenit.org) – Oggi la Sala Stampa Vaticana sembrava vuota. La maggior parte delle troupe televisive e dei giornalisti provenienti da tutte le parti del mondo hanno lasciato Roma.

Il linea con la sobrietà e l’opera di servizio del “servo dei servi” di quello che sarà il suo Pontificato, ha ricevuto i rappresentanti delle Chiese sorelle seduto su un semplice seggio, dal momento che ha fatto togliere il trono.

Continua a calzare le scarpe nere, che secondo alcuni gli sarebbero stati regalati da una vedova, come ricordo del marito defunto. Per la cerimonia del Giovedì Santo in cui si prevede il lavaggio dei piedi da parte del Papa, Francesco celebrerà la messa nel carcere nell’Istituto penitenziale per minori di Casal di Marmo. Il Successore di Pietro laverà quindi i piedi ai ragazzi detenuti nel carcere. Visitare le carceri e lavare i piedi ai detenuti, è una pratica che il cardinale Bergoglio già svolgeva il Giovedì Santo di ogni anno a Buenos Aires.

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20 Marzo 2013

“Teniamo viva nel mondo la sete dell’assoluto”
Papa Francesco riceve in udienza i rappresentanti delle altre chiese e religioni.

CITTA’ DEL VATICANO, 20 Marzo 2013 (Zenit.org) – L’Udienza concessa stamane nella Sala Clementina ai rappresentanti delle chiese ortodosse e ai capi di altre religioni, è stato il primo banco di prova di papa Francesco nell’ambito del dialogo interreligioso.

Nella seconda parte del suo intervento il Pontefice si è rivolto ai rappresentanti delle altre religioni, a partire dagli ebrei, ai quali “ci lega uno specialissimo vincolo spirituale”, riconosciuto già dal Vaticano II, nella dichiarazione Nostra Aetate. Il dialogo ebreo-cristiano auspicato con il Concilio, “si è effettivamente realizzato” e ha portato “non pochi frutti”, ha riconosciuto Francesco.

Dei musulmani, il Papa ha sottolineato che “adorano il Dio unico, vivente e misericordioso”. Manifestando apprezzamento per la presenza dei rappresentanti dell’Islam, il Santo Padre ha visto in essa “un segno tangibile della volontà di crescere nella stima reciproca e nella cooperazione per il bene comune dell’umanità”.

La Chiesa Cattolica, ha proseguito il Papa, è consapevole tanto “dell’importanza che ha la promozione dell’amicizia e del rispetto tra uomini e donne di diverse tradizioni religiose”, quanto “della responsabilità che tutti portiamo verso questo nostro mondo, verso l’intero creato, che dobbiamo amare e custodire”.

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19 Marzo 2013

“Non abbiate paura della bontà e della tenerezza!”

Durante la messa di inaugurazione del pontificato, papa Francesco ricorda che “il vero potere è il servizio”

CITTA’ DEL VATICANO, 19 Marzo 2013 (Zenit.org) – L’inaugurazione del pontificato di papa Francesco è nel segno di San Giuseppe.

Giuseppe è un umile custode “perché sa ascoltare Dio, si lascia guidare dalla sua volontà, e proprio per questo è ancora più sensibile alle persone che gli sono affidate, sa leggere con realismo gli avvenimenti, è attento a ciò che lo circonda, e sa prendere le decisioni più sagge”, ha proseguito il Pontefice.

La vocazione alla custodia, ha poi osservato papa Francesco, prima ancora che un fatto cristiano, ha una dimensione “semplicemente umana”, che “riguarda tutti”. Essa comprende la “bellezza del creato” e il “rispetto per ogni creatura di Dio” a partire dai “bambini”, dai “vecchi” e, in generale, da “coloro che sono più fragili e che spesso sono nella periferia del nostro cuore”.

Custodire, tuttavia, significa anche “aver cura l’uno dell’altro nella famiglia”, in particolare, tra coniugi e tra genitori e figli, nelle amicizie vissute “con sincerità”, “nel rispetto e nel bene”. La custodia è quindi “una responsabilità che ci riguarda tutti”, ha aggiunto Francesco, esortando: “Siate custodi dei doni di Dio!”.

Quando l’uomo viene meno a questa responsabilità, “trova spazio la distruzione e il cuore inaridisce”; emergono gli “Erode” che, con i loro “disegni di morte, distruggono e deturpano il volto dell’uomo e della donna”.

Papa Francesco ha richiamato allo spirito di custodia “tutti coloro che occupano ruoli di responsabilità in ambito economico, politico o sociale” e tutti “gli uomini e le donne di buona volontà”, affinché nessuno permetta che “segni di distruzione e di morte accompagnino il cammino di questo nostro mondo!”.

La custodia va tuttavia esercitata soprattutto a partire da se stessi, affrancandosi da quei sentimenti di “odio”, “invidia” e “superbia” che “sporcano la vita” e vigilando sui “nostri sentimenti” e sul “nostro cuore”, da cui escono “le intenzioni buone e cattive”. In questo senso, ha sottolineato il Papa, “non dobbiamo avere paura della bontà” e nemmeno della “tenerezza”.

La tenerezza, in particolare, è una dote di cui San Giuseppe è particolarmente ricco, pur essendo indubbiamente “forte”, “coraggioso” e “lavoratore”. La tenerezza, ha spiegato il Santo Padre, non è affatto la “virtù del debole”, al contrario essa denota “fortezza d’animo e capacità di attenzione, di compassione, di vera apertura all’altro, di amore”.

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18 Marzo 2013

“Miserando atque eligendo”

Per il suo pontificato, papa Francesco ha ripreso il motto del suo episcopato. Nello stemma appare il monogramma della Compagnia di Gesù

CITTA’ DEL VATICANO, 18 Marzo 2013 (Zenit.org) – Lo stemma e il motto del Pontificato di papa Francesco saranno sostanzialmente gli stessi del suo episcopato.

Sulla parte alta dello scudo è posto l’emblema dell’ordine della Compagnia di Gesù, alla quale Jorge Mario Bergoglio, appartiene dal 1958: un sole raggiante e fiammeggiante al cui centro appare, in rosso, il monogramma IHS, che indica Cristo. La lettera H è sormontata da una croce; sotto il monogramma i tre chiodi in nero.

Il motto del Santo Padre è Miserando atque eligendo. La frase è tratta dalle Omelie di San Beda Venerabile, il quale, commentando l’episodio evangelico della vocazione di San Matteo, scrive: “Vidit ergo lesus publicanum et quia miserando atque eligendo vidit, ait illi Sequere me” (Vide Gesù un pubblicano e siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: Seguimi).

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17 Marzo 2013

“Lui è il Padre amoroso che sempre perdona”
Le parole di papa Francesco all’Angelus
CITTA’ DEL VATICANO, 17 Marzo 2013 (Zenit.org) – Oggi, per la prima volta, papa Francesco si è affacciato alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico per la recita dell’Angelus con i numerosissimi fedeli e pellegrini presenti in Piazza San Pietro.

Ecco le parole pronunciate dal Santo Padre:

Fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo il primo incontro di mercoledì scorso, oggi posso rivolgere di nuovo il mio saluto a tutti! E sono felice di farlo di domenica, nel giorno del Signore! Questo è bello è importante per noi cristiani: incontrarci di domenica, salutarci, parlarci come ora qui, nella piazza. Una piazza che, grazie ai media, ha le dimensioni del mondo.

In questa quinta domenica di Quaresima, il Vangelo ci presenta l’episodio della donna adultera (cfr Gv 8,1-11), che Gesù salva dalla condanna a morte. Colpisce l’atteggiamento di Gesù: non sentiamo parole di disprezzo, non sentiamo parole di condanna, ma soltanto parole di amore, di misericordia, che invitano alla conversione. “Neanche io ti condanno: va e d’ora in poi non peccare più!” (v. 11). Eh!, fratelli e sorelle, il volto di Dio è quello di un padre misericordioso, che sempre ha pazienza. Avete pensato voi alla pazienza di Dio, la pazienza che lui ha con ciascuno di noi? Quella è la sua misericordia. Sempre ha pazienza, pazienza con noi, ci comprende, ci attende, non si stanca di perdonarci se sappiamo tornare a lui con il cuore contrito. “Grande è la misericordia del Signore”, dice il Salmo.

In questi giorni, ho potuto leggere un libro di un Cardinale – il Cardinale Kasper, un teologo in gamba, un buon teologo – sulla misericordia. E mi ha fatto tanto bene, quel libro, ma non crediate che faccia pubblicità ai libri dei miei cardinali! Non è così! Ma mi ha fatto tanto bene, tanto bene … Il Cardinale Kasper diceva che sentire misericordia, questa parola cambia tutto. E’ il meglio che noi possiamo sentire: cambia il mondo. Un po’ di misericordia rende il mondo meno freddo e più giusto. Abbiamo bisogno di capire bene questa misericordia di Dio, questo Padre misericordioso che ha tanta pazienza … Ricordiamo il profeta Isaia, che afferma che anche se i nostri peccati fossero rossi scarlatti, l’amore di Dio li renderà bianchi come la neve. E’ bello, quello della misericordia! Ricordo, appena Vescovo, nell’anno 1992, è arrivata a Buenos Aires la Madonna di Fatima e si è fatta una grande Messa per gli ammalati. Io sono andato a confessare, a quella Messa. E quasi alla fine della Messa mi sono alzato, perché dovevo amministrare una cresima. E’ venuta da me una donna anziana, umile, molto umile, ultraottantenne. Io l’ho guardata e le ho detto: “Nonna – perché da noi si dice così agli anziani: nonna – lei vuole confessarsi?”. “Sì”, mi ha detto. “Ma se lei non ha peccato …”. E lei mi ha detto: “Tutti abbiamo peccati …”. “Ma forse il Signore non li perdona …”. “Il Signore perdona tutto”, mi ha detto: sicura. “Ma come lo sa, lei, signora?”. “Se il Signore non perdonasse tutto, il mondo non esisterebbe”. Io ho sentito una voglia di domandarle: “Mi dica, signora, lei ha studiato alla Gregoriana?”, perché quella è la sapienza che dà lo Spirito Santo: la sapienza interiore verso la misericordia di Dio. Non dimentichiamo questa parola: Dio mai si stanca di perdonarci, mai! “Eh, padre, qual è il problema?”. Eh, il problema è che noi ci stanchiamo, noi non vogliamo, ci stanchiamo di chiedere perdono. Lui mai si stanca di perdonare, ma noi, a volte, ci stanchiamo di chiedere perdono. Non ci stanchiamo mai, non ci stanchiamo mai! Lui è il Padre amoroso che sempre perdona, che ha quel cuore di misericordia per tutti noi. E anche noi impariamo ad essere misericordiosi con tutti. Invochiamo l’intercessione della Madonna che ha avuto tra le sue braccia la Misericordia di Dio fatta uomo.

Adesso tutti insieme preghiamo l’Angelus:

[Preghiera dell’Angelus]

Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini. Grazie della vostra accoglienza e delle vostre preghiere. Pregate per me, ve lo chiedo. Rinnovo il mio abbraccio ai fedeli di Roma e lo estendo a tutti voi, e lo estendo a tutti voi, che venite da varie parti dell’Italia e del mondo, come pure a quanti sono uniti a noi attraverso i mezzi di comunicazione. Ho scelto il nome del Patrono d’Italia, San Francesco d’Assisi, e ciò rafforza il mio legame spirituale con questa terra, dove – come sapete – sono le origini della mia famiglia. Ma Gesù ci ha chiamati a far parte di una nuova famiglia: la sua Chiesa, in questa famiglia di Dio, camminando insieme sulla via del Vangelo. Che il Signore vi benedica, che la Madonna vi custodisca. Non dimenticate questo: il Signore mai si stanca di perdonare! Siamo noi che ci stanchiamo di chiedere il perdono.

Buona domenica e buon pranzo!

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16 Marzo 2013

“Non dimenticarti dei poveri”: e lui ha scelto il nome Francesco
Il Papa racconta i retroscena del Conclave ai giornalisti ricevuti in udienza in Aula Paolo VI
CITTA’ DEL VATICANO, 16 Marzo 2013 (Zenit.org) – Con la sua grande semplicità, papa Francesco ha conquistato il cuore di alcune migliaia di giornalisti, giunti stamattina in Aula Paolo VI per incontrarlo nel corso dell’udienza da lui concessa agli operatori della comunicazione.

Il clima è stato di grande partecipazione emotiva e di forte vicinanza umana. Sospendendo la lettura del discorso già preparato, Francesco ha iniziato, a un certo punto, a parlare a braccio, raccontando ai giornalisti presenti i motivi per i quali, ha scelto il proprio nome da pontefice, e ha rivelato alcuni retroscena del conclave.

Mentre i risultati delle votazioni diventavano sempre più “pericolosi” per lui, il cardinale brasiliano Claudio Hummes – seduto al suo fianco, nel momento in cui i voti per Bergoglio hanno superato la maggioranza qualificata dei due terzi – si è avvicinato al nuovo pontefice e gli ha detto: “Non dimenticarti dei poveri”.

Il Papa ha quindi narrato di come “poi, subito, in relazione ai poveri ho pensato a Francesco d’Assisi. Poi, ho pensato alle guerre, mentre lo scrutinio proseguiva, fino a tutti i voti. E Francesco è l’uomo della pace. E così, è venuto il nome, nel mio cuore: Francesco d’Assisi. È per me l’uomo della povertà, l’uomo della pace, l’uomo che ama e custodisce il creato; in questo momento anche noi abbiamo con il creato una relazione non tanto buona, no? È l’uomo che ci dà questo spirito di pace, l’uomo povero… Ah, come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!”. A questo punto nell’auditorium sono scrosciati gli applausi.

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15 Marzo 2013

CITTA’ DEL VATICANO, 15 Marzo 2013 (Zenit.org) – La gratitudine è stato il primo sentimento espresso da papa Francesco, durante l’udienza concessa ai membri del Collegio Cardinalizio, ricevuti stamattina nella Sala Clementina del Palazzo Apostolico Vaticano.

Il Santo Padre ha poi esortato a non cedere “al pessimismo e allo scoraggiamento”: essi sono una sorta di “amarezza che il diavolo ci offre ogni giorno”, tuttavia noi “abbiamo la ferma certezza che lo Spirito Santo dona alla Chiesa, con il suo soffio possente, il coraggio di perseverare e anche di cercare nuovi metodi di evangelizzazione, per portare il Vangelo fino agli estremi confini della terra” (cfr At 1,8).

La verità cristiana, ha spiegato il Papa, è “attraente e persuasiva”, in quanto risponde al “bisogno profondo dell’esistenza umana”, e annuncia “in maniera convincente che Cristo è l’unico Salvatore di tutto l’uomo e di tutti gli uomini”. Un annuncio, quello cristiano, che “resta valido oggi come lo fu all’inizio del cristianesimo, quando si operò la prima grande espansione missionaria del Vangelo”.

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 14 Marzo 2013

“Solo nella Croce, la Chiesa andrà avanti”
Papa Francesco celebra la sua prima messa nella Cappella Sistina

CITTA’ DEL VATICANO, 14 Marzo 2013 (Zenit.org) – Camminare, edificare, confessare: sono le tre parole chiave di papa Francesco nella sua prima celebrazione eucaristica. Il Santo Padre, eletto ieri sera al soglio di Pietro, ha presieduto oggi pomeriggio la Missa Pro Ecclesia alla presenza dei cardinali elettori nella Cappella Sistina.

La lettura evangelica (Mt 16,18) faceva riferimento alla professione di fede di San Pietro Apostolo; stretto quindi il legame con la Seconda Lettura (1Pt 2,49) sulle pietre vive che edificano la Chiesa.

Il Santo Padre ha individuato l’elemento in comune alle tre letture (la prima era Isaia Is 2,2-5) nel “movimento”. Nella prima lettura l’elemento è il “cammino”, nella seconda è “l’edificazione della Chiesa”, nella terza la “confessione”, ha evidenziato papa Francesco durante l’omelia, pronunciata a braccio.

Il primo concetto viene alla luce, quando Dio dice ad Abramo: “Cammina nella mia presenza e sii irreprensibile”. La nostra vita, ha spiegato il Papa, “è un cammino e quando ci fermiamo c’è qualcosa che non va”. Tutti noi, quindi, siamo tenuti a “camminare nella luce del Signore, cercando di vivere sempre con quell’irreprensibilità che Dio chiedeva ad Abramo”.

Edificare, invece, vuol dire soprattutto “edificare la Chiesa” attraverso “pietre vive, pietre unte dallo Spirito Santo”. E la Chiesa, “sposa di Cristo”, pone le sue basi “su quella pietra angolare che è lo stesso Signore”.

Non ha senso, tuttavia, mettere in pratica i primi due concetti se non si realizza anche il terzo: la confessione. Se non confessiamo Gesù Cristo, “diventeremmo una ong pietosa, ma non la Chiesa, sposa del Signore”, ha spiegato il Papa.

Se non si cammina “ci si ferma”, mentre se non si edifica “quello che succede ai bambini sulla spiaggia quando fanno i castelli di sabbia, tutto viene giù, è senza consistenza”, ha aggiunto.

Quando invece “non si confessa Cristo, si confessa la mondanità del demonio”, ha detto papa Francesco, citando una frase di Leon Bloy: “Chi non prega il Signore, prega il diavolo”.

Il percorso camminare-edificare-confessare “non è cosa facile”, ha proseguito il Pontefice, perché in questo percorso possono verificarsi “scosse” o “movimenti che ci tirano indietro”.

Il primo ad essere inciampato lungo questo difficile percorso è stato proprio Pietro che ha la forza e l’intuizione di riconoscere in Cristo “il Figlio del Dio vivo” ma, quando si tratta di seguirlo non mostra altrettanto coraggio. È come se Pietro dicesse a Gesù: “Io ti seguo, ma non parliamo di Croce”, ha osservato il Papa.

“Quando camminiamo senza la Croce – ha proseguito – quando edifichiamo senza la Croce e quando confessiamo un Cristo senza Croce non siamo discepoli del Signore: siamo mondani: siamo vescovi, preti, cardinali, papi, ma non discepoli del Signore”.

Trascorsi questi “giorni di grazia”, dobbiamo avere “il coraggio di camminare in presenza del Signore, con la Croce del Signore; di edificare la Chiesa sul sangue del Signore, che è versato sulla Croce; e di confessare l’unica gloria, Cristo Crocifisso”, ha affermato Francesco. Solo così “la Chiesa andrà avanti”.

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 13 Marzo 2013

“Pregate perché il Signore mi benedica”

La prima benedizione “Urbi et Orbi” di papa Francesco

CITTA’ DEL VATICANO, 13 Marzo 2013 (Zenit.org) – Il nuovo Sommo Pontefice, Francesco, si è affacciato questa sera alle ore 20.22 alla Loggia esterna della Benedizione della Basilica Vaticana per salutare il popolo e impartire la sua prima Benedizione Apostolica “Urbi et Orbi”.

Prima della Benedizione il nuovo Vescovo di Roma ha rivolto ai fedeli le seguenti parole.

Fratelli e sorelle, buonasera!

Voi sapete che il dovere del Conclave era di dare un Vescovo a Roma. Sembra che i miei fratelli Cardinali siano andati a prenderlo quasi alla fine del mondo … ma siamo qui … Vi ringrazio dell’accoglienza. La comunità diocesana di Roma ha il suo Vescovo: grazie! E prima di tutto, vorrei fare una preghiera per il nostro Vescovo emerito, Benedetto XVI. Preghiamo tutti insieme per lui, perché il Signore lo benedica e la Madonna lo custodisca.

[Il Papa recita insieme ai fedeli presenti in Piazza San Pietro il Padre Nostro, l’Ave Maria e il Gloria al Padre]

E adesso, incominciamo questo cammino: Vescovo e popolo. Questo cammino della Chiesa di Roma, che è quella che presiede nella carità tutte le Chiese. Un cammino di fratellanza, di amore, di fiducia tra noi. Preghiamo sempre per noi: l’uno per l’altro. Preghiamo per tutto il mondo, perché ci sia una grande fratellanza. Vi auguro che questo cammino di Chiesa, che oggi incominciamo e nel quale mi aiuterà il mio Cardinale Vicario, qui presente, sia fruttuoso per l’evangelizzazione di questa città tanto bella!

E adesso vorrei dare la Benedizione, ma prima – prima, vi chiedo un favore: prima che il vescovo benedica il popolo, vi chiedo che voi preghiate il Signore perché mi benedica: la preghiera del popolo, chiedendo la Benedizione per il suo Vescovo. Facciamo in silenzio questa preghiera di voi su di me.

Adesso darò la Benedizione a voi e a tutto il mondo, a tutti gli uomini e le donne di buona volontà.

[Benedizione]

Fratelli e sorelle, vi lascio. Grazie tante dell’accoglienza. Pregate per me e a presto! Ci vediamo presto: domani voglio andare a pregare la Madonna, perché custodisca tutta Roma. Buona notte e buon riposo!

[© Copyright 2013 – Libreria Editrice Vaticana]

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